Cinema News — 11 luglio 2013

Nato in California nel 1940, Michael Parks è uno dei volti “sotterranei” del cinema americano.

Già la storia della sua vita sembra riprendere gli stereotipi dell’american dream e la sua adolescenza potrebbe ricalcare quei racconti di Hemingway che narrano la giovinezza del suo alter ego Nick Adams.

Figlio di un giocatore di baseball secondo alcune fonti, secondo altre di un camionista, si dà a tutta una serie di mestieri per sopravvivere e finisce sposato già a quindici anni.

Sarà proprio con un personaggio tipicamente americano e di vago sapore hemingwayano – ma anche con qualche eco di Kerouac – che raggiungerà una certa fama, nel 1970, con la serie Then came Bronson (in Italia Dove vai Bronson?). Jim Bronson è un giovane giornalista che, dopo il suicidio di un suo amico, abbandona il lavoro e si dedica al vagabondaggio in giro per l’America in sella ad una Harley-Davidson Sportster, aiutando il prossimo nei vari luoghi in cui si ferma. La serie regalò un grande successo a Parks anche come cantante con l’incisione della sigla finale Long Lonesome Highway. Malgrado le critiche di aver plagiato il celebre Easy Rider (peraltro infondate perché si iniziò a girare la serie prima dell’uscita del film di Dennis Hopper) Then came Bronson andrebbe recuperato, se non altro perché raccoglie un’impressionante serie di guest stars importanti per il cinema americano di quegli anni e non solo, come Kurt Russell, Bonnie Bedelia, Sheree North, Gloria Grahame, Robert Loggia, la regista Penny Marshall e soprattutto Martin Sheen nel ruolo dell’amico suicida.

Prima di questo successo, però, Parks dovette affrontare una lunga gavetta recitando piccoli ruoli in tante serie tv – come Alfred Hitchcock presenta o Perry Mason – e interpretando completamente nudo il bizzarro Adamo (biondo con occhi azzurri e capelli alla James Dean) de La Bibbia di John Houston, accanto alla svedese Ulla Bergryd, altrettanto nuda, bionda e “fonata” nei panni (per così dire) di Eva.

Dopo Bronson, Parks continua la sua altalenante carriera con telefilm, soap opera, qualche ruolo da cattivo nel cinema (come nel quinto Giustiziere della notte) e viene riscoperto da David Lynch che gli affida un ruolo potente e inquietante nella serie di culto Twin Peaks.

Saranno però Robert Rodriguez e Quentin Tarantino, geniali “riscopritori” di talenti dimenticati, la fortuna dell’ultima parte della carriera di Michael Parks.

Rodriguez gli affida la parte dello sceriffo Earl McGraw in Dal tramonto all’alba, Tarantino gliela fa riprendere in Kill Bill Vol. I, ed entrambi lo reinseriscono nelle due parti di Grindhouse. Tarantino, addirittura, si concede lo “sfizio” di farlo recitare anche nel secondo episodio di Kill Bill, in un altro ruolo, diametralmente opposto al primo, quello dell’attempato playboy (e tenutario di un bordello) Esteban Vihaio.

Dopo questa riscoperta, Parks ha l’occasione di tornare a recitare, brillantemente, in film come L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Red State di Kevin Smith e il premio Oscar Argo di Ben Affleck.

Probabilmente, il suo nome rimarrà legato allo sceriffo Earl McGraw: la sua faccia, coperta di rughe, è la quintessenza dell’americano, preferibilmente degli stati del sud. I suoi ironici duetti con il figlio (interpretato proprio dal figlio di Parks) disegnano un uomo rozzo e strafottente ma pronto alla battuta, praticamente indistruttibile (a giudicare da tutte le “tarantinate” a cui è sopravvissuto), forse non troppo intelligente ma abbastanza intuitivo da capire perfettamente i “casi” sui cui sta indagando. Ma anche abbastanza pigro da non voler lavorare troppo per risolverli.
Insomma il tipo d’uomo che, parlando di uno spietato serial killer, può incoraggiare il proprio figlio dicendo <<
…ma posso assicurarti, come Dio disse a Giovanni, che se dovesse rifarlo, non lo rifarà qui nel Texas!>>.


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