Archivio film Cinema News — 05 Agosto 2019

Si sa che in estate prolifera l’uscita di horror scalcagnati, così insignificanti da non poter essere classificati come cult e tanto meno come scult. Scivolano via senza lasciare traccia se non l’alone di un paio di ore passate al riparo dalla calura estiva nelle sale climatizzate di un qualche cinema spopolato. Da due anni qualcosa sembra essere cambiato: l’horror degno di nota – e di polemica – si fa prepotentemente largo nei giorni di mezza estate. Il merito, o demerito, è di un unico regista, Ari Aster, che un anno dopo l’ambizioso Hereditary – Le radici del male, torna a stupire con Midsommar – Il villaggio dei dannati, un horror che scardina ogni cliché, e controcorrente prosegue argomentando il discorso iniziato nell’opera precedente.

La vita di coppia di Dani (Florence Pugh) e Christian (Jack Reynor) è ormai agli sgoccioli. Lui vorrebbe lasciarla, ma il grave lutto familiare che sconvolge la vita della ragazza glielo impedisce. Christian, pur controvoglia, invita Dani ad unirsi a lui e ai suoi amici studenti di antropologia per un viaggio in Svezia alla scoperta del folklore e delle tradizioni di una piccola comunità rurale, Hårga, da cui uno dei ragazzi proviene. Tra paganesimo, riti antichissimi ed incoronazioni verrà definitivamente messa la parola fine ad una relazione stagnante ed insoddisfacente.

 Aster parte nuovamente da un lutto, da ciò che una perdita importante provoca in un individuo. In seguito all’omicidio/suicidio messo in atto dalla sorella bipolare, Dani dice addio alla sua famiglia e anche alle sue radici. Le resta solo il fidanzato che, più per compassione che per amore, la porta con sé in Svezia ad incontrare una realtà pagana e arcaica che ruota attorno alla ciclicità della vita ed alla messa in discussione del bene individuale per poter preservare quello comune. Hårga è una grande famiglia che con la sua brutalità, il suo paganesimo e la sua insensata, offuscata e delirante legge può accogliere un’anima errante alla ricerca di una qualsiasi forma di stabilità. Aster fa uno studio antropologico: mette a confronto il conformismo egoistico e superbo della società americana fatto di moralismi e buonismo da quattro soldi, con l’irruenza amorale, sadica e un po’ perversa di una qualunque società differente che si definisca fuori dai canoni. In questo confronto portato avanti a suon di suicidi volontari purificatori, pozioni ed intrugli per la fertilità, eliminazione degli intrusi che tentano di corrompere la regolarità ciclica della vita, si raggiunge una tale lucidità – un ossimoro tenuto conto delle sostanze ingerite e degli squilibri incentivati dai ritmi febbrili dettati dalla festa e dalla luce solare che non cede mai completamente il passo alla notte – da permettere la maturazione e la rottura  definitiva di un amore sospeso nell’indecisione e nell’incoerenza.

Dove sta, dunque, l’orrorifico? Non è nulla di più che una disturbante percezione che aleggia sui protagonisti e si respira mescolata alle molecole di ossigeno. E’ inebriante e stordisce per poi manifestarsi in gesti estremi dai quali è impossibile distogliere lo sguardo. L’assenza del buio, la quasi completa messa in scena en plein air, la sovraesposizione di colori chiari, la predominanza del bianco su sfondo di una natura rigogliosa sembrano essere lontani anni luce da tutto ciò che incute paura e terrore. Ed invece è proprio questo immacolato candore a stimolare ed accrescere un forte senso di inquietudine.

Midsommar è un film ambizioso che torna alla funzione originale del cinema horror: parlare di qualcosa di concreto attraverso una narrazione che si addentra nel “fantastico” e nel paradossale. Come in Hereditary avveniva con il satanismo, in questo secondo film il paganesimo e la setta vengono usati come espedienti per analizzare la complessità umana. I trip, i riti, le danze non sono puri elementi di contorno, ma atti veri e propri che aiutano l’uomo a liberare la sua vera essenza, nel caso specifico aiutano Dani ad acquistare personalità e a ribellarsi alla sua condizione. La sua elezione a Regina di Maggio – regina dell’annuale celebrazione del Midsommar – la porta alla ribellione e alla vendetta, all’imposizione di un suo ruolo in un mondo che l’ha sempre vista spettatrice delle decisioni altrui. L’emancipazione di Dani è un sobbalzo lento, che da impercettibile diventa frenetico, come i movimenti della macchina da presa che confondono, sbandano e arricchiscono di personalità e carattere una trasformazione in divenire.

Midsommar è la prova di uno stile e di una autorialità che si sta lentamente formando, è il bello ancora in forma embrionale di un cinema di genere che potrebbe tornare alla ribalta con firme che ne determinino una rinascita effettiva e degna di nota.

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