Archivio film Cinema News — 11 gennaio 2014

Titolo: Molière in bicicletta (Alceste à bicyclette)
Regia: Philippe Le Guay
Soggetto: Fabrice Luchini, Philippe Le Guay
Sceneggiatura: Philippe Le Guay
Cast: Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa
Fotografia: Jean-Claude Larrieu
Montaggio: Monica Coleman
Scenografia: Françoise Dupertuis
Costumi: Elisabeth Tavernier
Musiche: Jorge Arriagada
Produzione: Les Films des Tournelles, Pathé, Appaloosa Développement, France 2 Cinema
Distribuzione: Teodora Film
Origine: Francia
Anno: 2013
Durata: 104 minuti

L’acclamato Molière in bicicletta (di Philippe Le Guay, passato per il festival di Torino), è una meditazione sulla natura umana, dal finale amaro. Il film rispolvera e utilizza a suo vantaggio il primo atto del testo teatrale Il Misantropo di Molière facendone, allo stesso tempo, da sfondo e da contrappunto durante il confronto tra i protagonisti.
Due attori, due uomini, che si contendono il ruolo del personaggio principale, sono alle prese con le prove delle parti di Alceste e Filinto nella casa-nascondiglio di Serge, sull’Île de Ré. Uno è in esilio volontario e aveva deciso di stare lontano dal mondo dello spettacolo (Serge Tanneur – Fabrice Luchini), e l’altro è un volto di successo della Tv francese (Gauthier Valience- Lambert Wilson). La condizione di Serge, che si ”dichiara” misantropo, e che, invece e quantunque si sforzi, proprio non riesce a entrare in sintonia con gli altri, è infelice e a nulla serve la buona dose di pazienza con la quale lo affronta Gauthier. Da una semplice visita, Gauthier si ritrova costretto a rimanere sull’isola qualche giorno e ad annullare tutti i suoi appuntamenti dietro richiesta dell’amico.
Serge è da solo all’inizio del film, occupato con le sue pitture e i suoi puzzle, e abitante unico di una casa, e da solo sarà nella scena finale, seduto in spiaggia che recita uno di quei versi che ricorre anche in altre occasioni all’interno di tutta la commedia (”detestare l’umana natura, sì per me è una spaventosa sciagura”).
La manifestata misantropia e l’isolamento di Serge non sono sempre concordi con i suoi atteggiamenti e, nonostante le sue dichiarazioni (”a me non piace essere collegato”, ”voglio essere indipendente”), in certi momenti egli sembra rivelarsi diversamente (dopo aver snobbato la parte e la proposta del suo ritorno al teatro, è chiaro che non vedeva l’ora di essere coinvolto e si mette lì a dirigere le prove con il suo amico, oppure l’interesse per l’italiana Francesca – Maya Sansa). Ci sono situazioni in cui sembra che non sia lui a detestare gli altri, ma, al contrario, sono gli altri che non sopportano i suoi atteggiamenti. La sua solitudine sembrerebbe piuttosto una condanna dovuta agli incorreggibili comportamenti che una sua scelta.
Scena cardine della commedia, e che rimescola ancora una volta le carte in tavola, è l’arrivo di Serge ”in costume”, e in bicicletta, a una festa, e se voleva attirare l’attenzione ci riesce. Proprio mentre discutono su chi interpreterà la parte di Alceste, egli accusa l’amico di ”finta” filantropia: è davvero arrivata al culmine l’invidia per l’affabilità dell’amico, la stessa affabilità che ha fatto svanire perfino l’illusione di un nuovo amore e di un certo calore di cui aveva iniziato a sentirne gli effluvi…
Chi sarà mai il vero Alceste (se mai ce ne fosse) in questa commedia di Le Guay?
Il successo di questo film va dunque ricercato sicuramente nella grande capacità interpretativa degli attori e nella ”rilettura” (anche se solo di un atto) di un lavoro fatto sulle debolezze dell’animo umano da uno tra i più grandi commediografi francesi.

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