Archivio film Cinema News — 03 gennaio 2015

Titolo: Mommy (Id.)
Regia: Xavier Dolan
Soggetto: Xavier Dolan
Sceneggiatura: Xavier Dolan
Cast: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément.
Fotografia: André Turpin
Montaggio: Xavier Dolan
Scenografia: Xavier Dolan
Musiche: Eduardo Noya
Produzione: Metafilms
Distribuzione: Good Films
Nazionalità: Canada
Anno: 2014
Durata: 134 minuti

Nel 2009, J’ai tuè ma mère aveva stupito critici e giurati al Festival di Cannes, portandosi a casa tre premi nella sezione Quinzaine des Réalisateurs. Un’opera matura e vivacemente instabile, che mostrava già gli aspetti più curiosi del cinema di Xavier Dolan: uso ripetuto e pregnante del ralenti, tendenza al surrealismo espressivo, telecamera a mano e tanti, tanti dialoghi. Probabilmente biografici, appassionati e violenti. Nel 2010 è la volta di Les amours imaginaires, forse meno potente del precedente ma capace di sorprendere in quanto a regia e introspezione, soprattutto nel (doppio) finale. Anch’esso presentato a Cannes, in lizza per il premio Un Certain Regard. Nel 2012 la conferma definitiva: ancora in concorso per Un Certain Regard, Laurence Anyways vince due riconoscimenti, la Queer Palm (assegnata ai film che meglio affrontano le tematiche LGTB) e Suzanne Clement come migliore attrice. Sono quasi tre ore di pellicola che volano via tra una sceneggiatura solida e densa di realismo e sequenze oniriche da film cult, con l’obiettivo preciso di prendersi tutto il tempo necessario per raccontare il passaggio dagli anni Ottanta ai Novanta. E anche quello di raccontare una lunghissima storia d’amore senza lo stress del minutaggio convenzionale. Nel 2013 il cambio di passo: non più Cannes ma Venezia, e un altro premio vinto (FIPRESCI). Tom à la ferme è un thriller psicologico con inquietanti riferimenti hitcockiani, più asciutto e meno colorato rispetto agli altri, che dice la sua sull’arte della menzogna a cui sono condannati gli omosessuali. Poca musica, stavolta, tanti interni ed esterni notte per un incubo che sembra non avere fine, in cui la fascinazione degli opposti rappresenta la grande novità nei topoi di Dolan. Poi, quest’anno, il ritorno a Cannes. Premio speciale della Giuria (paradossale ex-aequo con Adieu au langage del grande vecchio Jean-Luc Godard) e finalmente la distribuzione nelle sale italiane. Mommy.
Ciò che stupisce fin dai primi minuti è la direzione degli attori: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon e Suzanne Clément dimostrano bravura e totale abnegazione all’atmosfera disfunzionale del racconto. Due personaggi, ai quali ne subentra subito un terzo. Una mamma squattrinata e un figlio difficile incontrano una vicina di casa tanto ermetica quanto piena di sorprese, che sembra incarnare la speranza di un equilibrio insperato. Dove non arrivano le parole, ecco esplodere sontuosa una regia da maestro, contaminata dai primi quattro lavori dell’autore canadese: fermo-immagini sui particolari della vita quotidiana dell’adolescente Steve – più che altro sui doni regalati alla madre-, ralenti suggestivi e mai banali e una colonna sonora che rivela tutta la cultura pop non solo di un figlio visceralmente emotivo, ma anche e soprattutto quella di Dolan. E occorre spiegare, nel dettaglio, in che modo il discorso filmico si lega a quello diegetico.
Il rapporto della pellicola è di 1:1, ciò che più si avvicina, come ha spiegato il regista, alle dimensioni di una Polaroid. Il film è disseminato da singoli fotogrammi, perché quella messa in scena è un’avventura incredibile, e come tale va ricordata, fissata nella memoria, documentata con “foto ricordo”. Ma c’è un’altra ragione che giustifica la scelta di un formato così inconsueto. Il film racconta un frammento di esistenza di tre persone che per ragioni del tutto diverse non riescono ad integrarsi con lo spirito del tempo. Così, in ogni inquadratura, riesce ad entrare quasi solamente un personaggio alla volta, ripreso nella propria rispettiva solitudine.
La slow motion sembra invece essere l’unico modo per placare l’inarrestabile – e a tratti pericolosa – vitalità di Steve. Eccessiva, smodata e fuori controllo. La sua è una voracità ipercinetica che trova pace soltanto quando sogna di far felice la madre, compiendo un gesto che possa farle dimenticare quanto sia difficile crescere un figlio iperattivo affetto dal deficit d’attenzione. La macchina da presa si concentra su questi momenti d’amore e pace, rallentandoli e dilatandoli il più possibile, perché in fin dei conti quella del ragazzo è un’esperienza di libertà che potrebbe finire da un momento all’altro. In questi momenti di spensierata felicità, Steve si isola dal mondo indossando le cuffie o ascoltando lo stereo a massimo volume. Ed è qui che arriviamo, infine, alla musica.
Molti l’hanno definita rischiosissima. Perché inserire in un film d’autore i tormentoni di Dido, Eiffel 65, Celine Dion e Andrea Bocelli poteva, sulla carta, entrare in conflitto con le qualità artistiche di Mommy. Ma torniamo a Steve. Il suo è un background socioculturale poverissimo, e molti suoi CD sono ciò che rimane delle note che univano i suoi genitori, anch’essi figli della classe media, prima della scomparsa del padre. E poi, come la mettiamo, considerando la stessa ammissione del regista, se quelle canzoni hanno segnato anche l’adolescenza di Dolan stesso?
Mommy è un capolavoro perché è pieno zeppo di scelte coraggiose. Un privilegio pagato con l’unica moneta possibile, ovvero quella dell’autoproduzione. Il ragazzo, tuttavia, è un talento autentico, perché oltre a curare la regia, si è anche occupato del montaggio, della scenografia e dei costumi, oltre ad aver firmato, come sempre, la sceneggiatura. Pensare che si tratti di un fenomeno temporaneo per via dei suoi tutt’altro che acerbi venticinque anni, è sicuramente l’errore più grave che si possa commettere.

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