Cinema News — 20 settembre 2013

Titolo originale: L’écume des jours

Regia: Michel Gondry

Soggetto: dal romanzo omonimo di Boris Vian

Sceneggiatura: Michel Gondry, Luc Bossi
Cast: Romain Duris, Audrey Tatou, Gad Elmaleh, Omar Sy, Aïssa Maïga, Charlotte Lebon, Sacha Bourdo

Fotografia: Christophe Beaucarne
Montaggio: Marie-Charlotte Moreau

Scenografia: Stéphane Rosenbaum

Costumi: Florence Fontaine

Musiche: Étienne Charry

Produttori: Luc Bossi, Genevieve Lemal, Arlette Zylberberg

Distribuzione: Koch Media
Nazionalità ed anno: Francia, Belgio 2013

Durata: 125 minuti

 

Da sempre Gondry ama costruire mondi fantasiosi e stravaganti e dissemina le sue storie di incursioni nel surreale e nel fantastico; stavolta si spinge oltre e mette in scena, con la sua trasposizione del romanzo L’écume des jours di Boris Vian, una dimensione completamente onirica, straripante di curiose, adorabili invenzioni scenografiche. Di continuo, gli oggetti si animano e si ribellano, le stanze mutano forma e si restringono, i corpi si allungano e si accorciano, e tutto accade grazie ad effetti visivi dal sapore squisitamente vintage e artigianale come è tipico nel cinema del regista francese (viene in mente soprattutto il riuscito L’Arte del sogno). Le logiche che dominano la quotidianità dei protagonisti sono esattamente quelle del sogno, di cui Gondry traduce in immagini di stupefacente, straniante fascino l’atmosfera peculiare, come del resto aveva già mostrato di saper fare efficacemente fin dai tempi dell’inquietante e grottesco videclip dei Foo Fighters Everlong. Mood Indigo – La schiuma dei giorni è insomma un film completamente soggiogato dall’esigenza visionaria del regista, che qui si esplica in tutta la sua potenza forse come mai è accaduto fino ad ora nel suo cinema.

Ma dietro questo complesso e traboccante impianto visivo c’è ancora spazio per una storia, che miscela i topoi romantici dell’amore e della morte. Colin è un giovane benestante che vive in una eccentrica casa ingombra degli oggetti più bizzarri insieme a un minuscolo topo umanoide. Suo amico e confidente è il cuoco Nicolas, che cucina per lui piatti variopinti e originali. Quando Colin conosce la graziosa Chloè – che porta il nome di un brano di Duke Ellington, musicista al quale il film vuole rendere omaggio – se ne innamora e presto la chiede in sposa. La loro idilliaca felicità sarà però minacciata da un insolito, angoscioso evento: un fiore malefico inizia a crescere nei polmoni della ragazza, rischiando di ucciderla. Colin tenta in ogni modo di curarla, dissipando tutte le sue ricchezze mentre man mano il mondo attorno sembra sgretolarsi e implodere, come se tutto procedesse all’unisono con le sofferenze di Chloè. Anche gli amici dei protagonisti (Chick, fidanzato di Alise, sorella di Nicolas, e Isis, fidanzata di quest’ultimo) sembrano sprofondare chi più chi meno in un gorgo di dolore e infelicità. Ma il senso di disfacimento passa visibilmente, materialmente anche attraverso la casa di Colin, che da allegro e confortevole nido d’amore si trasforma in una lugubre, asfittica catapecchia dove non entra più luce e ogni cosa appare di colpo logora e sporca. Infine, non solo la scenografia (viva, animata, pulsante) esprime a suo modo un senso di malessere, ma perfino le immagini stesse del film seguono la medesima sorte, sfumando irrimediabilmente – con una soluzione magistralmente semplice quanto efficace – in un malinconico bianco e nero.

Se a Mood Indigo – La schiuma dei giorni si può imputare un (perdonabile) difetto è forse quello di sottrarre spazio all’individualità dei personaggi e respiro alla storia, per dare preminenza alla costruzione a tutto tondo – per altro meravigliosa – di un universo onirico. Ma questo è, a ben guardare, il rischio che corre buona parte del cinema di Gondry, in cui l’estro inventivo e scenografico è spesso posto in primo piano a scapito, a volte, della fluidità e della scioltezza del racconto. Tuttavia, in questo caso il risultato complessivo è forse uno dei maggiori mai raggiunti dal cineasta, alla cui sempre più geniale espressività surrealistica si sommano qui il fascino della indovinata colonna sonora jazz e la bravura degli interpreti, tra cui spicca un gioviale, esuberante Omar Sy.

 


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