Cinema News — 22 dicembre 2012

TITOLO: Moonrise Kingdom

ANNO: 2012
REGIA: Wes Anderson
CAST: Jared Gilman, Kara Hayward, Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton, Jason Schwartzman, Harvey Keitel, Bob Balaban
E’ fin troppo facile dire che il cinema di Wes Anderson è iconografico.
Il suo stile è talmente inconfondibile che se fosse un pittore, i suoi quadri sarebbero riconoscibili a prima vista anche dai non esperti.
Ormai sappiamo già tutto del suo feticismo per i costumi e per gli oggetti di scena, della sua cura maniacale nella grafica e dell’onnipresenza di Bill Murray e Jason Schwartzman.
Detto questo, dietro alla forma c’è molta sostanza, non così d’impatto come la sua estetica.
Nel 1965, in un isola nel New England, una coppia di dodicenni (Sam e Suzy), incontratasi l’estate precedente, decide di scappare insieme (lui dal suo gruppo di boy scout, lei dalla sua famiglia), scatenando le indagini di una squadra di ricerca guidata dal Capitano Sharp (Bruce Willis).
Scritto insieme al fido Roman Coppola, qui alla terza collaborazione, dopo “Life Aquatic with Steve Zissou” e “The Darjeeling Limited”, il tema è sempre il solito: il bisogno dell’affetto familiare, anche se per la prima volta i protagonisti non sono veri e propri attori, ma adolescenti alla loro prima esperienza cinematografica.
La loro inesperienza non si nota affatto, anzi, i picchi migliori sono senza dubbio i momenti in cui si trovano da soli di fronte alla macchina da presa.
Una volta raggiunta la meta, una piccola baia scelta come regno immaginario, ribattezzata appunto Moonrise Kingdom, Sam e Suzy poggiano uno stereo sulla spiaggia e sulle note di “Le temps de l’amour” di Françoise Hardy si lasciano andare: prima ballando, dove Sam si esibisce in una danza tanto scoordinata quanto esilarante (con quelle gambe secche farebbe ridere anche da fermo), e poi baciandosi. Perché tra di loro è tutto spontaneo, finalmente possono far sgorgare i loro istinti in modo candido e puro, senza le prepotenze di chi impone loro regole prestabilite o le esitazioni di chi ne è assoggettato.
Lo stile geometrico non toglie passione alla storia, le inconfondibili carrellate parallele e ortogonali sono funzionali per costruire il racconto, dove il concetto di “fuga” è ripreso dalla “Variazione e fuga su un tema di Henry Purcell” di Benjamin Britten, che apre il film.
Ma oltre alle intemperanze adolescenziali, qui affrontiamo anche i problemi relazionali delle persone mature: nessuno è mai felice e appagato nelle vicende andersoniane, o meglio, la maturità non porta alla serenità, bensì trasforma solo i disagi da cui pare impossibile liberarci. Ecco che un Bruce Willis occhialuto e un po’ nerd deve fare i conti con un amore clandestino e poi non più corrisposto, e un Edward Norton capo -scout (decisamente nerd) è tormentato dai sensi di colpa per la fuga di Sam. Ma anche se non mancano i genitori disattenti e anaffettivi (Murray-McDormand), ruolo che già fu di Gene Hackman (“The Royal Tenenbaums”) e di Anjelica Houston (“The Darjeeling Limited”), qui gli adulti mostrano un lato più umano, ad eccezione di Servizi Sociali (Tilda Swinton, efficacissima nel suo look total blue).
Già, perché alla fine le debolezze dei grandi collimano con quelle dei bambini; la solitudine è una prigione spaventosa, il calore umano è linfa vitale.
Il climax coincide con lo scatenarsi della perturbazione annunciata dal narratore (Bob Balaban), dove tutti i personaggi si trovano riuniti nella parrocchia in cui ogni anno va in scena la rappresentazione dell’opera “Noye’s Fuddle”, sempre di Britten, e di cui Suzy faceva parte.
Il risultato finale è indubbiamente godibile: lo sguardo di Anderson si rivela più indulgente rispetto alle precedenti pellicole, l’amore tra i due dodicenni è delizioso ed è il fuoco sacro attorno a cui tutti attingono energie positive.
Come già detto in precedenza però, i temi affrontati sono sempre gli stessi, e quindi resta la curiosità (e la speranza) di vedere come, sempre secondo il suo eccentrico punto di vista, possano essere messe in scena storie diverse. Altrimenti la sua perfezione stilistica rischia di diventare una prigione dorata.
Per godersi il film in toto è vietato alzarsi prima della fine dei titoli di coda.
Iacopo Galli

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