Cinema News — 05 aprile 2013

Morituris (2011) di Raffaele Picchio (produzione indipendente girata in digitale HD) è proprio il film di cui c’era bisogno da tempo nel cinema italiano: un thriller/horror atroce, crudele e cattivo al di là di ogni immaginazione. Diretto in maniera perfetta, con una trama nient’affatto scontata, è il primo grande horror italiano dopo quasi vent’anni di oblio, un film coraggioso ed estremo che si avventura in un territorio che nessuno aveva osato sfidare in maniera così forte ed esplicita. Mai uscito in Italia a causa della censura (né in dvd né in sala, se non all’interno di particolari rassegne), gode invece di grande successo e varie distribuzioni all’estero. Morituris inizia quasi come un rape&revenge: tre ragazzi della borghesia romana attirano con l’inganno due ragazze straniere in una radura isolata, di notte, per poi scatenare su di loro i peggiori istinti umani, fra stupri, torture e brutali pestaggi. Il film prende poi una piega inaspettata, perché il “branco” ha avuto la sventura di accamparsi su un antico sito romano: cinque gladiatori si risvegliano dal loro sonno millenario e infliggono a tutti, vittime e carnefici, torture ancora peggiori, fino a ucciderli.

Come Gabriele Albanesi ne Il bosco fuori (2006), anche Picchio crea una vicenda complessa e mai banale, dove le vittime devono subire le violenze di un gruppo di carnefici a loro volta destinati a sevizie e morte, ma si spinge ancora oltre. Dunque, una violenza senza fine e senza limiti, che finisce per accomunare vittime e aguzzini: una filosofia amarissima, che la dedica finale In memory of humanity sembra elevare a metafora dell’uomo e della sua storia. Al di là delle interpretazioni, ciò che colpisce innanzitutto è la brutalità con cui la violenza viene buttata davanti agli occhi dello spettatore: nella prima parte non ci sono scene di sangue, ma la cattiveria con cui i tre aguzzini picchiano e violentano le due ragazze è veramente un pugno nello stomaco, fra crudeli pestaggi a calci e pugni, forbici infilate nelle parti intime, stupri e umiliazioni di ogni genere.

La seconda parte, quando cioè arrivano i gladiatori, punta molto invece sugli ottimi effetti splatter (a cura del grande Sergio Stivaletti), con una ferocia egualmente disturbante: teste mozzate (con la spada o a mani nude) o fracassate con la mazza, volti scarnificati, mani e toraci infilzati. Tutti i personaggi sono ben costruiti, con dei tratti psicologici nient’affatto scontati in un horror: il più riuscito è senza dubbio Jacques (Francesco Malcom, ex pornodivo e unico nome di punta del cast), amico fascistoide dei tre protagonisti e animato da uno spirito superomista. In alternanza, vediamo infatti anche le torture perpetrate da lui alla sventurata di turno, cosparsa di acido e con un topo infilato nella vagina (da notare la citazione de Il boia scarlatto di Massimo Pupillo, le cui immagini scorrono nella villa di Malcom durante la suddetta tortura). Un grande merito va inoltre al make-up dei gladiatori (simili quasi a zombi) e alle location: la villa di Jacques, dominata da un caldo colore rossastro, e la radura dei gladiatori, dove grazie all’ottima fotografia di Daniele Poli si riesce a vedere bene tutto ciò che succede, nonostante l’azione si svolga di notte. Il clima che si respira per tutto il film (a cominciare dal “finto Super8” iniziale in cui vediamo una precedente strage nel medesimo luogo) è veramente pauroso e disturbante, malsano e morboso, sempre terribilmente atroce. Bellissime le musiche di Riccardo Fassone, dalla title-track (una poderosa sonorità da kolossal dell’antica Roma virato però in senso più inquietante), fino alle musiche elettroniche e metal che accompagnano la vicenda. Da segnalare anche la strepitosa potenza visiva della sequenza finale, con Malcom che assiste terrorizzato all’agghiacciante scena dei cinque corpi crocefissi e posizionati lungo la strada.

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