Cinema News — 18 agosto 2013

Realizzato negli anni che precedono la produzione a tema erotico di Brass, Nerosubianco appartiene a quel fortunato periodo in cui il regista veneto non disdegnava la critica sociale e politica, ma anzi ne faceva un punto di forza del suo cinema. La storia è quella di Barbara, che accompagna il marito nella disinibita e scintillante Londra degli anni Sessanta, e si ritrova a vagare da sola per le strade, curiosa e affascinata da un mondo in pieno fermento culturale, segnato da quella rivoluzione ideologica che sta finalmente sradicando la retorica borghese e affossando ogni tabù sessuale. L’incontro in metropolitana con un uomo di colore, dal quale Barbara si sente attratta, sarà il pretesto per una serie di riflessioni sul proprio modo di vivere l’erotismo.

Il film è un caleidoscopio di immagini e suoni, caratterizzato da una struttura quanto mai fluida e piuttosto antinarrativa, rafforzato da una marcata componente visionaria e a tratti perfino surreale, e procede miscelando le immagini della ridente Swinging London ai pensieri più astrusi e reconditi della protagonista, annullando così il confine tra la realtà da una parte e la fantasia e l’immaginario dall’altra.

L’eros è certamente una delle componenti più rilevanti del film (come suggerisce il gioco grafico del titolo nEROSubianco), tuttavia viene inserito all’interno di un più ampio discorso ideologico (il Sessantotto e la liberazione sessuale); ci sono poi alcuni passaggi e alcune scelte stilistiche che anticipano il futuro e più noto Brass dell’erotismo voyeuristico (le scene viste attraverso un foro che si apre sul nero, la fugace immagine di un manifesto con la silhouette di un buco di serratura, l’insistenza sugli occhi e sullo sguardo). Ma soprattutto, questo terzo film di Brass, è un sapiente accumulo di citazioni artistiche e cinematografiche che compongono un mosaico dinamico e vivace: la pittura macabra e tormentata di Bosh (due particolari de L’inferno musicale, dal Trittico del giardino delle delizie); la Pop Art e il fumetto; una serie di spirali in movimento di duchampiana memoria (pensiamo ad Anémic Cinéma); un “libretto rosso” su La Chinoise di Godard; la celebre, indimenticabile scena del taglio dell’occhio da Un Chien Andalou di Buñuel, che riporta il discorso – ampliandolo – sull’atto del guardare. Ancora, nelle scene in bianco e nero in cui i due protagonisti si osservano in silenzio all’intero di un museo, tra scheletri di dinosauri, riecheggia quel piccolo gioiello di Chris Marker che è La Jetée, in cui è descritto un passaggio molto simile.

Parecchie sono poi le immagini di repertorio che denunciano gli orrori della guerra e di ogni tipo di violenza (da Auschwitz al Ku Klux Klan), a cui si accompagnano scene delle manifestazioni contro il conflitto in Vietnam.

Un ruolo fondamentale hanno infine le musiche dei Freedom (band formata, tra gli altri, da due musicisti usciti dai famosi Procol Harum) composte appositamente per il film; la band compare in molte sequenze e il sound avvolgente dei suoi brani domina la pellicola per tutta la sua durata.

Tra Blow-Up (per la swinging London), il Surrealismo e i temi cari al Sessantotto, Brass si muove insomma a proprio agio, e dirige un film ricchissimo – quasi sovraccarico – di stimoli visivi e uditivi, in cui il ritmo di montaggio (a tratti convulso e spasmodico) e il rapporto tra visivo e sonoro sono fondamentali. Immagini e suoni diventano metaforici e simbolici, trasfigurando spesso in messaggi subliminali, e raccontano mirabilmente attraverso un ininterrotto flusso di coscienza le esperienze, i pensieri e le sensazioni della protagonista.

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