Archivio film Cinema News — 18 ottobre 2016

Titolo originale: Neruda
Genere: Drammatico/Biografico
Regia: Pablo Larraín
Sceneggiatura: Guillermo Calderón
Fotografia: Sergio Armstrong
Cast: Luis Gnecco, Gael García Bernal, Alfredo Castro, Mercedes Morán, Diego Muñoz, Pablo Derqui, Jaime Vadell, Marcelo Alonso, Francisco Reyes.
Produzione: Juan de Dios Larraín
Nazionalità: Argentina/Cile/Spagna/Francia
Anno: 2016
Durata: 107 minuti

 

Nella maggior parte dei suoi film, Pablo Larraín ha affrontato la Storia tramite personaggi anonimi o apparentemente secondari (si pensi al Raúl di “Tony Manero”, al Mario di “Post Mortem” e, in parte, anche al René di “No – I giorni dell’arcobaleno”), mentre nel suo sesto lungometraggio “Neruda” l’autore sembra andare in una direzione opposta, in quanto racconta del grande e celebre poeta cileno. In realtà, però, il cineasta prosegue la linea dei lavori precedenti narrando e commentando le vicende dello scrittore soprattutto attraverso il punto di vista del poliziotto Oscar Peluchonneau, un uomo sconosciuto dal pubblico e praticamente ignorato dalla storiografia ufficiale.

L’opera è ambientata nel 1948, quando Neruda, all’epoca senatore del Partito Comunista, è costretto a fuggire e a nascondersi dalle forze dell’ordine perché il governo Videla lo vuole arrestare per la sua appartenenza politica. A capo della missione che deve catturare il parlamentare vi è Oscar Peluchonneau, che inseguirà il poeta in diverse zone del Paese.

La scelta di affrontare tale vicenda con il voice over e il punto di vista di una persona (quasi) qualunque non solo è in linea con il resto della filmografia del regista, ma serve inoltre a sottolineare lo stretto legame che c’era tra il poeta e il popolo cileno, o almeno la sua parte più umile e ignorata. Il detective – che per questioni di origini ha una posizione sociale mediana tra il proletariato e la classe dirigente – rientra almeno in parte in quella popolazione connessa allo scrittore, per il quale l’uomo prova tanta ostilità quanta fascinazione. Il poliziotto, infatti, pur essendo in primis un antagonista del poeta, si rende gradualmente conto di esserne rappresentato, di essere entrato a far parte del suo immaginario e della sua narrazione, anche per via della vicenda che li lega, come viene esplicato nell’ultima – bellissima – parte del film.

Elementi che dimostrano quanto Neruda sia stato il cantore del Cile e del suo popolo, concetto che Larraín sottolinea non solo con il personaggio dell’agente, ma anche nelle sequenze in cui lavoratori e prigionieri leggono ad alta voce le poesie dello scrittore.

Tutti momenti che rendono tale pellicola una riflessione sulla rappresentazione e sulla narrazione, e sull’importanza che esse hanno nella costruzione di un immaginario: in tal caso, quello che Neruda ha fatto del Cile, ma anche quello – multiplo e diversificato – che il Paese (la politica, i mezzi d’informazione, i cittadini) ha dato del poeta.

In tale direzione, non è un caso che durante il film lo scrittore venga più volte descritto da altri personaggi, in primis quello di Oscar, ma non solo. E spesso sono raffigurazioni realizzate da persone dagli interessi molto distanti (media ufficiali, polizia, emarginati), tanto che il protagonista è raccontato in modi opposti: come un traditore della Patria, un membro dell’élite intellettuale o un carismatico poeta a sostegno degli ultimi.

Una molteplicità di descrizioni sottolineata sia dalla narrazione (si pensi ai vari travestimenti compiuti dallo scrittore) sia dallo stile di Larraín, che in quest’opera opta (a volte con eccessiva insistenza) per un montaggio frammentato, che colloca dialoghi e personaggi in spazi e parti diversi, come accadeva in misura minore anche in alcune sequenze di “No” e “Il club”.

Un tipo di montaggio che non ha solo la funzione simbolica di ricordarci indirettamente quanto la figura del poeta sia stata oggetto di differenti rappresentazioni, ma anche quella di svelare quanto la ricostruzione di Larraín della Storia (o di una biografia) sia sempre soggettiva, dichiaratamente parziale, incompleta e non lineare.

Una problematica, quella della Storia frammentata e in parte dimenticata, che è sempre stata al centro della filmografia dell’autore (in primis della sua trilogia su Pinochet), e che qui viene espressa soprattutto dal montaggio marcatamente discontinuo, modello formale che ormai fa parte dell’estetica del cineasta.

Temi e stili che rendono “Neruda”, pur nella sua assoluta originalità narrativa e linguistica, un film in continuità con le precedenti opere del regista cileno, confermando quanto Larraín abbia già una poetica ben definita e rintracciabile, tra le più interessanti degli ultimi anni.

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