Cinema News — 24 gennaio 2013

Il Time l’ha giudicato il miglior romanzo del 2005 e lo ha inserito nella classifica delle cento migliori pubblicazioni in lingua inglese di tutti i tempi. Questo perchè Non lasciarmi, del britannico – ma dalle origini giapponesi – Kazuo Ishiguro, non è solo una storia incredibile ma è una metafora della vita e dei suoi limiti che tocca con delicata semplicità i temi più disparati: infanzia e morte, amicizia e amore, progresso scientifico (trattato in modo puramente emotivo), educazione ed etica, destino e libero arbitrio, valore dell’esistenza e ricerca del tempo perduto. Uno di quei libri che, come diceva lo scrittore colombiano Gòmez Dàvola, sono talmente validi che non istruiscono ma interrogano.

Siamo in un presente alternativo distopico, ovvero in un corso degli eventi che ha avuto una direzione differente da quella reale e, in questo caso, indesiderabile. Kathy, Ruth e Tommy vivono a Hailsham, un collegio come tanti disperso nella campagna inglese dove gli ospiti – apparentemente orfani – vengono educati da tutori che li incoraggiano a sviluppare una forte creatività. I tre crescono intessendo un profondo legame che durerà per tutta la vita; una vita, tuttavia, destinata a essere breve poichè segnata fin dalla nascita: sono infatti dei cloni creati in laboratorio con lo scopo di rifornire il genere umano di organi sani. Una volta terminata la scuola, dopo una breve parentesi di indipendenza, inizieranno il loro ciclo di donazioni che li condurrà inevitabilmente alla morte. Nonostante questa consapevolezza, e una sorta di quieto fatalismo, continuano a sperare in un futuro diverso. Ma con il passare del tempo i rapporti iniziano a logorarsi: nonostante i sentimenti che prova nei confronti di Kathy, Tommy si fidanza con Ruth e, dopo un litigio, Kathy decide di andarsene e diventare assistente per prendersi cura dei donatori prima di diventarlo lei stessa. La ritroviamo qualche anno dopo, quando in ospedale incontra per caso Ruth che si scusa con lei per averla tenuta separata da Tommy pur avendo sempre saputo quanto i due si amassero. Le consegna l’indirizzo di Madame, la misteriosa benefattrice di Hailsham, affinchè lei e Tommy possano dimostrarle di amarsi e ottenere così un rinvio delle donazioni. Dopo la morte di Ruth, Kathy va a cercare Tommy e diventa sua assistente. Ma l’incontro con Madame non va nel modo sperato: i due scoprono un’inquietante verità e si preparano – con l’eroica accettazione tipica della cultura del Sol Levante – ad affrontare il loro destino.

Da questo capolavoro, e sulla sceneggiatura di Alex Garland (autore di 28 giorni dopo Sunshine, entrambi di Danny Boyle), nel 2010 Mark Romanek ha tratto il suo secondo lungometraggio – il primo è stato One Hour Photo, in precedenza si è dedicato ai video musicali firmando collaborazioni con artisti del calibro di Michael Jackson, Johnny Cash e Nine Inch Nails – con Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley, e di fronte a così tante fonti d’ispirazione ha dovuto scegliere che storia raccontare. Ha fatto prevalere quella d’amore e ha creato un cult romantico. Il sentimento, che nel libro è solo uno dei tanti argomenti in discussione – e a volte sembra essere solo un mezzo per veicolare altri significati, primo tra tutti quello etico – diventa protagonista: è la forza liberatrice che, anche se in ultima analisi non libera i personaggi dal loro destino, permette loro di riscattarsi come esseri umani e non solo come pezzi di ricambio ed è, esattamente come funziona per tutti gli altri, la cosa che più di tutte è in grado di farli vivere così appieno che un’eventuale dal sistema è del tutto superflua. Attraverso un riflesso intimo – che nel libro corrisponde, invece, all’elemento della creatività – la regia di Romanek è in grando di sollevare nello spettatore le stesse questioni che Ishiguro suscita nel suo lettore: quella della morte, in una società che è riuscita a rimandarla oltre ogni limite, e quella più ben più impenetrabile della vita stessa.

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