Cinema News — 06 aprile 2014

Titolo: Nymphomaniac – Vol.1
Regia: Lars Von Trier
Soggetto: Lars Von Trier
Sceneggiatura: Lars Von Trier
Cast: Charlotte Gainsbourg, Stacy Martin, Stellan Skarsgård, Christian Slater, Shia LaBeouf, Uma Thurman, Connie Nielsen, Jesper Christensen
Fotografia: Manuel Alberto Claro
Montaggio: Molly Marlene Stensgaard
Scenografia: Simone Grau
Musica: Kristian Eidnes Andersen
Produzione: Zentropa, Heimatfilm, Film i Väst, Slot Machine, Caviar Films, Concorde Filmverleih, Artificial Eye, Les Films du Losange, European Film Bonds
Distribuzione: Good Films
Nazionalità: Danimarca, Germania, Regno Unito, Belgio
Anno: 2013
Durata: 110 minuti

Doveva essere un film sul sesso. Invece, guarda un po’, Lars Von Trier ci parla d’amore. Comincia e si sviluppa come una fiaba – e l’incipit scelto per raccontare le devianze della ninfomania è tutt’altro che prevedibile – ma si conclude mettendo sul piatto il più classico dei cliché.

Il regista danese non fa altro che prendere in prestito gli spunti rodati delle addiction  stories per presentare un personaggio che fin dall’infanzia ha le idee tristemente chiare su quale piega prenderà la sua vita. La curiosità nei confronti della natura, trasmessa alla piccola Joe dal padre medico, avrà conseguenze rilevanti sull’esplorazione della propria intimità. Ma anche l’inizio della narazione è in odore di già visto. Sua madre infatti, austera e glaciale sia nei confronti della figlia sia del marito (un ottimo Christian Slater), inciderà non poco sulla sua educazione sentimentale. Dalla prima traumatica esperienza sessuale a quelle, decisamente sopra le righe, della sua adolescenza, Joe sembra non riuscire a provare sentimenti. Tuttavia, il vero turning point della pellicola consiste proprio in un’infatuazione che sconvolge la protagonista. Basterebbe questo per deludere le alte aspettative che l’opera si è portata dietro ormai da mesi.

Il resto, sono scene sessualmente esplicite, girate con porno-attori professionisti, che difficilmente renderanno la pellicola di Von Trier memorabile. C’è però una lunga sequenza che si discosta dalla generale prevedibilità di Nymphomaniac e merita di essere analizzata. Ha direttamente a che fare con le conseguenze della dipendenza da sesso, concentrandosi sul coinvolgimento di uomini-oggetto, e ha per protagonista una splendida Uma Thurman. La signora H. (un omagio a Truffault?), moglie del malcapitato che ha perso la testa per Joe, condensa in una serie di scene grottesche e claustrofobiche l’impatto devastante che la ninfomania può avere sulla sonnecchiante e monotona borghesia. Un episodio magistralmente interpretato e girato che sembra rifarsi alle atmosfere di Bergman e che costituisce, forse, l’unico sussulto del film.

Ma non è, questa, la sola occasione per apprezzare la regia di Von Trier. Nel seguire il suo personaggio, il ricorso alla camera a mano e ai primi piani è rigoroso e assolutamente coerente nel cercare continuamente un’umanità che fatica a trasparire. Anche l’attenzione ai dettagli gioca un ruolo fondamentale, soprattutto in funzione del parallelismo tra la vita di Joe e quella del suo salvatore, sul quale è giocata tutta la pellicola. Ed è l’intero aspetto tecnico a rappresentare gli elementi più positivi. Dalle aride scenografie alla fotografia fredda e irreale, tutto sembra una perfetta estensione del carattere apatico e neutrale della ragazza. Ottima anche la scelta di rinunciare completamente al colore nel capitolo in cui, al cospetto del padre malato, la protagonista mostra finalmente le sue emozioni.

Ma non basta. In questo primo volume, Nymphomaniac non aggiunge nulla, né in termini di storia né riguardo al discorso filmico, al cinema che affronta il rapporto tra dipendenza e devianza, offrendo allo spettatore una curiosa prima parte e una seconda facilmente dimenticabile. Oltre alla prova della Thurman, c’è da segnalare la sempre ottima Charlotte Gainsbourg. Lars Von Trier crea quindi, senza dubbio, un personaggio interessante, ma purtoppo ne muove le fila con ridondanza e superficialità, senza esplorare (quasi) mai il mondo che ha intorno.

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