Cinema News — 05 maggio 2014

Titolo: Nymphomaniac – Vol.2
Regia: Lars Von Trier
Soggetto: Lars Von Trier
Sceneggiatura: Lars Von Trier
Fotografia: Manuel Alberto Claro
Montaggio: Molly Marlene Stensgaard
Scenografia: Simone Grau
Musica: Kristian Eidnes Andersen
Cast: Charlotte Gainsbourg, Stacy Martin, Stellan Skarsgård, Shia LaBeouf, Jesper Christensen, Willem Defoe, Jamie Bell, Mia Goth
Produzione: Zentropa, Heimatfilm, Film i Väst, Slot Machine, Caviar Films, Concorde Filmverleih, Artificial Eye, Les Films du Losange, European Film Bonds
Distribuzione: Good Films
Nazionalità: Danimarca, Germania, Regno Unito, Belgio
Anno: 2013
Durata: 122 minuti

Il dittico di Lars Von Trier sulle vicende della ninfomane Joe volge al termine. Dopo aver incentrato il Vol. 1 quasi esclusivamente sulla protagonista – prima bambina, poi adolescente e infine donna – in questa seconda parte il regista danese allarga il campo visuale e narrativo coinvolgendo, attraverso uno schema cronologico e lineare, una consistente schiera di personaggi secondari. Un elemento di novità del film, che a differenza del precedente prova ad indagare le connessioni relazionali e sociali della dipendenza da sesso. Ecco quindi che la convincente Charlotte Gainsbourg fa i conti con la maternità, con il lavoro, persino con una morbosa amicizia ai limiti della pedofilia che avvierà la conclusione della storia.

Gli intenti sono pregevoli e in questa seconda occasione l’autore alza sicuramente il tiro rispetto alla complessità della tematica trattata; tuttavia la pellicola stenta a decollare, con una prima ora troppo legata alle (poche) intuizioni della deludente prima parte e un secondo tempo che nonostante i tentativi sopracitati fatica a penetrare nelle viscere dello spettatore. Quello di Lars Von Trier è un ritratto arbitrario, tanto paradossale quanto energicamente provocatorio, di un peronaggio in lotta con la società. Joe non fa altro che ribellarsi ai tanti ruoli che l’ipocrisia del mondo civilizzato tenta di volta in volta di affibiarle: compagna comprensiva, madre amorevole, lavoratrice onesta e infine maestra di vita. Il copione è sempre lo stesso, dopo qualche prova volta al conformismo il fallimento è inarrestabile e totale. E dopo un iniziale senso di colpa, ciò che rimane è la fiera consapevolezza di essere diversi, l’appagamento proveniente dall’essere un’outsider, e quindi, ancora, avanti per la propria strada con l’orgoglio di chi non si guarda indietro. Ma avevamo davvero bisogno di una tale discesa negli inferi, dell’ennesima storia di dipendenza, di un personaggio che nonostante tutto ama compiaciuto il proprio riflesso?

Sicuramente non manca, qua e là, qualche aspetto emozionante. Il rapporto col figlio, ad esempio, riesce ad essere incisivo e verosimilmente autentico, come anche la conoscenza e la successiva deriva con il personaggio di P. Interessante e vivacemente introspettivo, inoltre, il capitolo nel quale la donna esplora la pratica del sadomasochismo, forse lo spunto più innovativo e valido di tutta la pellicola. Nel complesso, però, Lars Von Trier confeziona un’opera didascalica, a tratti prevedibile, innocua dal punto di vista cinematografico e infine – possiamo dirlo – se non proprio banale, inevitabilmente ingenua. Persino la stimolante dialettica con Seligman, l’uomo a cui Joe racconta la sua vita, crolla improvvisamente in un finale non solo grottesco ma quasi comico: un chiaro atto d’accusa del regista nei confronti del genere maschile che poteva essere esplicitato con una forma e un linguaggio più maturi e coscienti. Una conclusione che rappresenta l’ennesima ombra di un doppio film animato da buone intenzioni ma che resta, purtroppo, una desolante e chiassosa occasione mancata.

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