Archivio film Cinema News — 23 Marzo 2022

Un’eclissi solare apre il nuovo film di Dario Argento, movimento che occulta e per un attimo impedisce una normale visibilità.

Lo sguardo è uno dei rovelli argentiani, sia quello in soggettiva di chi guarda/spia (quasi sempre coincidente con l’assassino) che quello di chi cerca di guardare e far luce su di un’entità misteriosa che gli si palesa davanti.

Occhiali neri, fin dal titolo, denuncia questa velatura sullo sguardo, sorta di oscuramento che obbliga a guardarsi dentro per trovare una risposta ai misteri che stanno al di fuori.

Diana (Ilenia Pastorelli) è il tipico esempio di eroina da fiaba nera pronta a combattere in piena cecità l’oscurità del male, una tradizione che Dario ha inaugurato con Suspiria e ha portato avanti compiutamente fino a Opera.

Inutile accanirsi sulla pretestuosità dell’intreccio, sulla narrazione abborracciata e sui dialoghi tirati via perché il maestro dell’horror italiano ha sempre preferito una precisa grammatica dello sguardo alla sintassi del racconto.

L’estetica in questione tende a rileggere in chiave terminale il gore degli omicidi, non più artificio compositivo e pittorico di corpi messi a morte ma ultima pulsione organico-artigianale. Nessuna pulizia formale nella mise en scène sanguinolenta, la morte si consuma nell’ombra perché il buio che tutto inghiotte è il male assoluto in quest’opera epigrafica.

Se è più che necessario sottolineare il procedere lacunoso del cineasta romano nei suoi ultimi vent’anni di carriera (da Trauma a Dracula 3D) è altrettanto doveroso far emergere la sincerità di sguardo che abita questo suo ultimo lavoro, una sincerità che guarda al lato più sentimentale (non sentimentalista) del suo cinema, giocando affettivamente con stilemi e topoi.

Fin dagli esordi Argento lavorava di slittamenti progressivi di genere, L’uccello dalle piume di cristallo e Il gatto a nove code sono gialli deduttivi che tendono alla trasfigurazione più scopertamente thrilling, mentre 4 mosche di velluto grigio e Profondo rosso sono dei thriller psicologici sprofondanti negli abissi del racconto horror. Quindi proseguendo per slittamenti Suspiria, Inferno, Phenomena e Opera segnano il passaggio dal racconto d’orrore alla fiaba nera.

Occhiali neri segna la chiusura completa del cerchio iniziando come giallo/thriller, proseguendo come horror e diventando una fiaba nera ma con al centro il coté sentimentale che nasce proprio dall’incontro fra Diana e il piccolo Chin, facendone così un racconto di trasformazione (per la prima) e di formazione (per il secondo) che conduce a un epilogo in aeroporto tra i più struggenti dell’ultima produzione argentiana.

Inoltre è bene non dimenticare che vi è anche una sotterranea vena ironica atta a sbugiardare l’ontologia del male. Dietro alle ombre, al buio e alla notte il male può avere la prosaicità e la trivialità dell’individuo qualunque, e quello che spaventa è appunto l’impossibilità di uno sguardo certo e definitivo sulla realtà delle cose.

Dark glasses non è solamente un incubo ironico-sentimentale fatto di ombre, ma pone anche un’attenzione particolare all’uso dei cromatismi, come del resto Argento ha quasi sempre fatto.

Nella sequenza di apertura spicca il rosso delle labbra e della camicetta di Ilenia Pastorelli che nella sequenza finale in aeroporto appare invece biancovestita.

Il rosso dell’eros, della passione e del sangue lascia il posto al bianco della sobrietà materna ma anche a quello funebre (come da usanza cinese) degli adii.

In sintesi Occhiali neri non segna una rinascita argentiana ma è il consapevole crepuscolo di un autore il quale ha finalmente compreso che lo scorrere del tempo attraversa anche il suo cinema.

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