Cinema News — 11 maggio 2014

Titolo: Oculus
Regia: Mike Flanagan
Sceneggiatura: Jeff Seidman, Jeff Howard e Mike Flanagan
Fotografia: Michael Fimognari 
Visual effect: Bret Culp
Make up: Budd Bird
Montaggio: Mike Flanagan
Musica: The Newton Brothers
Cast: Karen Gillan, Brenton Thwaites, Katee Sackoff
Produzione: Intrepid Pictures (Insidious e Paranormal Activity)
Distribuzione: Relativity Media
Nation: USA
Anno: 2014
Duarata: 102 minuti

Sebbene sia un prolungamento diretto del filone sulle case maledette e sebbene sembri apparentemente non aggiunga niente di nuovo al genere, ebbene, Oculus arricchisce quello che Insidious sembrava già aver terminato. Se il regista di Saw, James Wan, con Insidious aveva dettato legge sui canoni del possession-movie incentivando sceneggiature da urlo e salti dalla poltrona da manuale, il film di Mike Flanagan non è da meno. Non è esclusivamente la casa a essere maledetta ma bensì uno specchio, portale dimensionale che oltre a ingoiare i protagonisti, ingoia lo spettatore stesso. Una famiglia viene devastata da misteriosi omicidi, padre e madre rimangono uccisi. I figli restano sgomenti e segnati a vita, l’uno viene rinchiuso in manicomio e l’altra cerca di sopravvivere al tutto. La pellicola inizia con il loro incontro, il fratello uscito dal manicomio abbraccia la sorella, quest’ultima rivela che ad uccidere i loro genitori sono state forze sovrannaturali sprigionate da uno specchio. Un particolare specchio che era proprio nella loro abitazione ed ora lei è pronta ad affrontarlo. Non più quindi la solita villa stregata o le consuete possessioni spiritiche alla Amytiville, ma questa volta è un oggetto ad avere ultra poteri diabolici. La pellicola che più è imparentata con questo film è Insidious di James Wan, il regista di Saw. In entrambi c’è lo stratagemma della doppia dimensione. In Wan si passa dal mondo dei vivi al mondo dei morti con grande facilità, dove un vero e proprio team di sensitivi cerca di disinfestare le case maledette, in Oculus invece la doppia dimensione è impostata dall’utilizzo dello specchio come portale temporale. L’oggetto maledetto consente l’accesso diretto con il passato, il punto di congiunzione tra i ricordi sbiaditi dei due fratelli e quello che accade in tempo reale. Nella pellicola di Mike Flanagan c’è proprio una doppia narrazione in cui il presente si annoda indistricabilmente con flashback allucinanti in cui lo spettatore rimane intrappolato come in un vero e proprio labirinto, in questo caso, di specchi.
Altro film che in un certo senso è collegato è Linea mortale di Joel Schumacher, del 1990. Un gruppo di studenti tramite una macchina particolare vuole provare a percepire cosa c’è dopo la morte, senza volere viene aperto un portale da cui il passato prende forma più vivo che mai. Se in Schumacher i ricordi possono uccidere, in Flanagan la vera macchina temporale è lo specchio che cerca di assorbire i suoi antagonisti neutralizzandoli con i suoi trucchi. Pellicola ben congeniale sopratutto per i continui colpi di scena che ribaltano continuamente la situazione. Molto originale l’idea di dare come fulcro della malvagità l’immagine riflessa, l’illusione delle illusioni, la realtà capovolta che come un vaso di pandora racchiude tutti i mali di questo mondo. Una trovata originale che ha radici tutte italiane, infatti come non dimenticare il numero 44 di Dylan Dog del 1990 dal titolo Riflessi di Morte. Uno specchio satanico è in grado di riplasmare in modo demoniaco chi si riflette creando orrore e scompiglio, come al solito noi italiani a livello di horror siamo stati sempre un passo più avanti degli altri.

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