Archivio film Cinema News — 06 Aprile 2017

 

Da sempre un corpo mostruoso abita e contamina il genere comico che pare quasi scontato dirlo. Ma oggi forse poi non è così scontato specie in Italia, visto che la forma comica che abita il nostro cinema risulta addomesticata da una ricerca della felicità ad ogni costo che ha decisamente spuntato le unghie a quel poltergeist ghignante. Il mostro comico però non si è definitivamente eclissato ma ha semplicemente subito una mutazione generazionale, quindi bando al passatismo è opportuno ascoltare il polso dell’attuale commedia e capire cosa funziona e cosa meno, gettandoci alle spalle (almeno ogni tanto) gli abusati referenti del passato. Questo preambolo è giusto per chiarire che il cinema comico-commedia deve fare i conti con un immaginario collettivo fallace e appannato (altro che il buco nero degli 80) difficile da esemplificare attraverso una forma codificata, perchè continuamente frazionato nel suo DNA 2.0.

Detto questo nella nuova commedia italiana si percepisce una timida volontà di cambiare forme e modelli precostituiti (i recentissimi Mamma o Papa? e La verità, vi spiego, sull’amore) ma spesso manca il coraggio di rischiare per paura del ridicolo e del disgustoso. Biggio e Mandelli e Marcello Macchia non hanno mai temuto di essere ridicoli e disgustosi, anzi hanno spinto fino al mostruoso queste due caratteristiche. Negli ultimi due anni, praticamente ignorati dal grosso pubblico pagante e premiati da alcuni addetti ai lavori, I Soliti idioti e Maccio Capatonda con il sodale Herbert Ballerina sono il vero lato osceno e mostruoso che abita e contamina la nostra commedia. Se Italiano medio è stato più che altro un manifesto di intenti, in cui la satira grottesca si confondeva spesso con il modello messo alla berlina, Omicidio all’italiana (uscito purtroppo in sordina), ha segnato il pieno riappropriarsi del corpo come oggetto-soggetto del comico, centro del mirino di una tradizionale coabitazione con altri due elementi, lo spazio e gli oggetti.

L’opus numero 2 di Marcello Macchia è un preciso studio sul corpo comico e sul corpo del cinema comico(italiano), mostrato sempre nel suo lato più ridicolo (il travestimento) o disgustoso (la caricatura grottesca), innestato in una scrittura talmente scomposta e sgrammaticata che scompagina totalmente il senso della narrazione, cedendo il passo ad una forma di ipertestualità perfettamente calata nel contemporaneo, dal frammento allo sketch, dal gag isolato allo spot, con uno stile molto vicino all’umorismo immobile e funebre di Roy Andersonn.

Inoltre Omicidio all’italiana riesce a mantenere per l’intera durata del film un senso di perturbante che serpeggia anche tra i momenti più esilaranti, dal leitmotiv della famiglia veneto-campana che si chiude con un meraviglioso gag da morte in diretta, al finale giallo con una suspense che insegue il comico come in un Pupi Avati dell’epoca d’oro o come in capolavoro di Alex de la Iglesia.

Concentrandosi più sul frammento idiota, sul tratteggio grottesco-balordo che sul senso di unitarietà generale, e utilizzando in modo perfido e autoreferenziale il volto-corpo di Sabrina Ferilli (quasi come quello di Lindsay Lohan in The Canyons Di Schrader), Marcello Macchia fa del suo lavoro una sorta di zombie slapstick che ad ogni passo si avvicina sempre di più ad un senso di disfacimento e morte.

Una comica di 90 minuti girata con la freddezza di un intervento chirurgico, lasciando scoperto il nervo di una realtà che ha paura di riappropriarsi del proprio corpo (comico) e trovarlo disfatto, bolso e osceno.

 

 

 

 

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