Archivio film Cinema News — 10 Maggio 2019

Titolo originale: Pájaros de verano

Regia: Cristina Gallego, Ciro Guerra

Genere: Drammatico

Sceneggiatura: Maria Camila Arias, Jacques Toulemonde

Fotografia: David Gallego

Cast: Carmiña Martínez, José Acosta, Jhon Narváez, Natalia Reyes, José Vicente, Juan Bautista Martinez, Greider Meza, Miguel Viera, Sergio Coen, Aslenis Márquez.

Produzione: Katrin Pors, Cristina Gallego

Nazionalità: Colombia, Danimarca

Anno: 2018

Durata: 125 minuti

Colombia, fine anni Sessanta: Rapayat è un giovane membro della comunità wayuu che per sposarsi con Zaida, figlia della leader carismatica del gruppo Ursula, deve portare una dote costosa alla ragazza. Così, per guadagnare il denaro necessario allo scopo, l’uomo comincerà a spacciare marijuana agli americani, un’attività che gli permetterà di congiungersi a nozze e che gli porterà sempre più denaro facendolo diventare ricco e potente. Una condizione agiata che con gli anni sfocerà però nella brutalità e nel sangue.

A giudicare soltanto dalla trama, “Oro verde – C’era una volta in Colombia” di Cristina Gallego e Ciro Guerra (lo stesso di “El abrazo de la serpiente”) sembrerebbe un gangster-movie poco distinguibile da tanti altri se non fosse per l’ambientazione esotica e non urbana. In realtà, però, ci troviamo di fronte a un’opera che rispetta solo in parte le norme del genere di riferimento, in quanto la vicenda criminale dei protagonisti è qui sfruttata soprattutto come un punto di partenza per descrivere le usanze, i riti e le credenze di una comunità. Il tutto realizzato con un approccio stilistico semidocumentarista e uno sguardo distaccato di tipo antropologico, come dimostra la regia complessivamente fredda dei due autori, i quali tendono a non alzare mai i toni del racconto, neanche nei momenti più drammatici.

Questo in un film che narra anche le divisioni all’interno dei wayuu, dovute soprattutto a uno scontro generazionale (quello tra Ursula e Rapayat) che diventa anche un conflitto culturale su come guardare il mondo e l’esistenza. Così, mentre la tradizione rappresentata dalla madre si fonda su un certo misticismo e basa le proprie azioni (anche) sulla devozione agli spiriti e sui segni premonitori tratti dai sogni, i giovani incarnati da Rapayat hanno un approccio alla vita più laico e incentrato quasi esclusivamente sul desiderio di ricchezza e potere.

Tra le due vie il film non prende posizione, come dimostra un racconto che rivela la crudeltà e l’affarismo di entrambe parti e, più indirettamente, una messa in scena che unisce un forte realismo a un occasionale onirismo. Infatti, se da un lato il taglio visivo e registico ha un’impronta vicina al documentario e a un materialismo lontano da ogni misticismo (e quindi più “vicino” alla laicità delle nuove generazioni), dall’altro vi sono sequenze e simboli che rimandano a qualcosa di più metafisico e incline alla visione di Ursula, si pensi per esempio ai sogni profetici di Zaida.

Si muove in tale direzione anche il ritmo volutamente lento dell’opera, che serve sia a osservare con attenzione e distacco le usanze e le vicissitudini di una comunità sia a contemplare con meraviglia e senso del mistero i paesaggi naturali in cui si svolge la vicenda.

Ed è proprio nel connubio tra realismo e misticismo che risiede gran parte del fascino del film, il quale – pur essendo visivamente meno suggestivo del precedente “El abrazo de la serpiente” – risulta comunque originale e quasi unico nella sua strana ma riuscita unione tra racconto di genere, osservazione antropologica e accennata spiritualità.

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