Cinema News — 24 giugno 2013

Grazie a “Distribuzione Indipendente”, esce finalmente nelle sale italiane il bellissimo horror collettivo P.O.E. – Poetry of eerie (2012), pluripremiato in vari festival. Nato da un progetto di Domiziano Cristopharo e Giovanni Pianigiani, il film coinvolge numerosi registi indipendenti italiani e non, “sfidati” a rivisitare in chiave moderna e personale alcuni racconti del celeberrimo scrittore di Boston (il “poeta del mistero”, come recita l’acronimo del titolo). Grande successo di critica e pubblico, Poetry of eerie è uno dei più interessanti prodotti del cinema indipendente italiano, una scommessa vinta su tutti i fronti che riesce meritatamente a sbarcare in sala sfidando il “grande mercato”. Corale e pluristilistico, è stato vietato dalla censura ai minori di 18 anni con la seguente (assurda) motivazione, che paradossalmente finisce per incuriosire ancora di più il pubblico: “la costante atmosfera ansiogena; l’indistinzione tra gli stati di allucinazione e la percezione della realtà; il crudo realismo di alcune scene; la violenza e il cannibalismo”. La versione integrale (disponibile solo in dvd o su ownair) è composta da 13 episodi, ridotti a 8 per l’uscita in sala. Ogni episodio è una trasposizione, assolutamente personale sia come narrazione che come stile, di un racconto di Poe. Lo stesso Cristopharo ne dirige uno dei migliori, Il giocatore di scacchi di Maelzel: surrealista e visionario come nello stile del regista, per il quale il cinema è sempre un veicolo di messaggi più profondi, diventa una claustrofobica riflessione sul rapporto fra uomo e macchina. Altrettanto angosciante è l’episodio con cui il film si apre, cioè Silenzio di Angelo e Giuseppe Capasso, una vicenda che riprende un po’ lo stile delle terrificanti ghost-story giapponesi. A sorpresa, Edo Tagliavini (dopo aver diretto l’eccellente horror Bloodline) ripropone Valdemar, uno dei più celebri racconti di Poe, virando sul comico-grottesco: il che, nonostante la messa in scena curata e il buon make-up, fa perdere (magari volutamente) il brivido del mistero. Ottimi sono anche Gordon Pym (firmato da Giovanni Pianigiani e Bruno Di Marcello), il più violento e “splatter” del film, e, all’opposto, il “metafisico” L’uomo della folla di Paolo Fazzini. Dal punto di vista stilistico, i più curiosi sono Il gatto nero di Paolo Gaudio, realizzato interamente in animazione stop-motion, e Canzone di Yumiko Itou, brevissimo segmento quasi “poetico” che punta più sull’evocazione delle immagini che sulla storia. Molto criptico, infine, La sfinge di Alessandro Giordani. La fotografia, sempre curata, sopperisce ai “limiti” del digitale creando sempre un’atmosfera elegante e molto cinematografica, ma diversa a seconda dell’episodio: dal bianco asettico della stanza di Maelzel (in voluto contrasto col robot nero) ai colori caldi e quasi “flou” di Canzone fino alle immagini più “naturali” degli altri episodi. La musica, nella maggior parte dei racconti, è composta da armonie vibranti che fanno da sottofondo evidenziando l’angoscia; fa eccezione il breve episodio di Itou, in cui la melodia dal sapore orientale è una parte essenziale della narrazione. Gli episodi sono dunque differenti sotto ogni punto di vista, ma hanno in comune il perturbante: se è vero che, da un lato, Poe è interpretato molto liberamente, dall’altro si mantiene l’atmosfera dei suoi racconti, cioè una paura sottile, un’angoscia che può provenire anche dalle cose più comuni, e una voluta ambivalenza fra l’elemento soprannaturale e quello allucinatorio. Sarebbe interessante vedere anche gli altri cinque episodi, purtroppo assenti nella versione distribuita in sala: Gli occhiali di Matteo Corazza, Il cuore rivelatore di Manuela Sica, Il corvo di Rosso Fiorentino, La tomba di Ligeia di Simone Barbetti, Berenice di Giuliano Giacomelli.

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