Archivio film Cinema News — 28 gennaio 2018

Titolo: Paradise (РАЙ)

Regia: Andrei Konchalovsky

Sceneggiatura: Andrei Konchalovsky, Elena Kiseleva

Cast: Julia Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne, Peter Kurth, Jacob Diehl, Vera Voronkova, Viktor Sukhorukov

Fotografia: Alexander Simonov

Musiche: Sergei Shustitsky

Scenografie: Irina Ochina, Josef Sanktjohanser

Produzione: Olesya Gidrat, Alisher Usmano, Alexander Brovarets, Andrei Konchalovsky e Florian Deyle

Nazionalità: Russia/Germania

Anno: 2016

Durata: 130 minuti

Finalmente qualcuno (il distributore Viggo) ha deciso che il film Paradise di Andrei Konchalovky, Leone d’Argento a Venezia nel 2016, meritava di essere visto anche dagli spettatori italiani. La tempistica d’uscita è dettata dalla Settimana della Memoria, che agevola la proposta di un film d’autore a sfondo storico, indirizzato a un pubblico più selezionato. In realtà, Paradise è un film complesso, ma avvincente. Konchalovsky fa una riflessione sull’eterno tema del Male, incarnato nel XX secolo dai campi di sterminio e dall’ideologia nazista, attraverso le vicende di tre personaggi che si intrecciano.

Olga (Julia Vysotskaya) è un’aristocratica russa, che vive a Parigi. Collabora con la resistenza e sostiene la rete di chi mette in salvo i bambini ebrei. Per questo motivo, cade nelle mani della polizia. Jules (Philippe Duquesne) è un grigio burocrate, che ha la sua piccola posizione di potere nella polizia francese collaborazionista grazie al suocero. E in questa veste, è chiamato a torturare Olga, per estorcerle i nomi dei suoi compagni. La donna fa breccia nei desideri erotici di Jules, che le promette un migliore trattamento in cambio di favori sessuali. Ma il destino si mette in mezzo e Olga finisce in un campo di concentramento, dove sperimenta l’inferno. Sopravvive per forza d’inerzia quando un giovane ufficiale delle SS, incaricato di effettuare una serie di controlli contro la corruzione che dilaga nei campi, la vede. È Helmut (Christian Clauss), rampollo di una famiglia aristocratica tedesca, che la donna aveva conosciuto in tempi felici, durante una vacanza in Italia. Il ragazzino di allora era innamorato della fascinosa nobildonna russa, che non lo degnava. Qui la situazione si ribalta: l’interesse di Helmut, a cui Olga non può e non vuole sottrarsi, le salva la vita. Ma l’amore non è possibile all’inferno. L’epilogo della loro storia è degno della tragedia di una guerra immane e della disumanizzazione del luogo in cui vivono.

Girato in bianco nero, con riprese ispirate alla documentaristica quando i tre protagonisti affrontano i loro monologhi, questo film non gioca sull’indignazione – giustissima, peraltro – delle cataste di cadaveri e delle camere a gas alla quale ci ha abituato la produzione cinematografica sulla Shoah e sui campi di sterminio. Paradise mette i tre protagonisti sul lettino dello psicanalista e cerca di comprendere le loro motivazioni. È la propensione dell’essere umano al Male a essere analizzata. Jules, aspirante fedifrago, è tutto sommato prevedibile: approfitta della sua posizione per assecondare i suoi istinti più bassi. Helmut, con la sua storia personale che è assolutamente di finzione, è invece una delle migliori rappresentazioni della psicologia nazista. Cosa ha spinto un ragazzo ricco e istruito, cultore di Cechov e della letteratura russa, a sposare l’ideologia assassina del Reich? Quale fascino sinistro ha esercitato nelle menti dei giovani tedeschi la promessa di un paradiso (da qui il titolo del film) per il popolo tedesco e di una rivalsa della superiorità razziale ariana? La vicenda di Helmut è emblematica: da studente gentile si tramuta in un ingranaggio del sistema, convinto di entrare nella schiera dei Superuomini che plasmeranno il futuro della Germania e del mondo. Perfetta l’interpretazione del giovane attore Christian Clauss, che riesce ad attribuire al suo personaggio un giusto mix di innocenza e di esaltazione fanatica.

Quanto a Olga, ci si domanda perché una donna di classe elevata scelga di sacrificarsi per salvare degli sconosciuti. Forse perché qualcuno l’ha realmente fatto, e ha rappresentato così l’ispirazione per la sceneggiatura. Il Male è nella natura umana, ma ci può essere anche qualche barlume inaspettato di Bene. Sensuale e sfuggente, Julia Vysotskaya – che in patria è una sorta di Antonella Clerici, star dei programmi televisivi di cucina – qui dimostra di essere un’ottima attrice.

L’unico personaggio storico reale è Heinrich Himmler, il comandante delle SS, interpretato dall’attore russo Victor Sukhorukov (già visto ne L’isola di Pavel Lungin, 2006). L’incontro fra Helmut e Himmler, con la consegna altamente simbolica dell’anello delle SS al giovane ufficiale – come una sorta di pegno matrimoniale – la dice lunga sulle modalità manipolatorie impiegate dal regime.

La scelta del regista di puntare su un trilinguismo – Jules, Olga e Helmut parlano rispettivamente in francese, russo e tedesco – è un arricchimento notevole per il film. Certo, lo spettatore deve seguire i sottotitoli, ma la pellicola guadagna notevolmente in realismo. Una curiosità: il paesaggio italiano dove Helmut e Olga si incontrano per la prima volta è stato ricostruito sulle rive del mar Nero, in Crimea.

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