Archivio film Cinema News — 29 ottobre 2018

Il segreto del cinema di Spike Lee – quando non insiste su ridondanze che portano ad eccessivi didascalismi – risiede in due ingredienti. Il primo va cercato nella memoria di un popolo ancora bisognoso di urlare la propria lacerante ferita storica, il secondo in un’evoluzione socio-culturale dall’instabile pensiero politico, in cui il desiderio di mutamento (che dovrebbe serbare la necessità d’una coscienza lucida) sembra non impedire il riaffacciarsi di mentalità reazionarie e bigotte. La cosa giusta da fare by any means necessary, che da oltre trent’anni distingue la produzione del regista afroamericano, quasi sempre si barcamena tra l’obbligo della denuncia a squarciagola e l’ironica sfumatura con cui gridarla, talora a scapito di quest’ultima. È proprio il tono sarcastico a fare del lavoro di Lee un’opera di denuncia non superata, pronta anzi a palesarne la politique senz’alcuna paura di apparire di maniera, distante da confezioni ad hoc fatte di slanci polemici senza guizzi (l’ultimo Oliver Stone) o da dissertazioni utili ma fastidiosamente non necessarie (Fahrenheit 11/9 di Michael Moore). In BlacKkKlansman, ventitreesimo lungometraggio del cineasta, tutto è giocato sulla scommessa di ridestare le menti americane senza distoglierne la coscienza dal palpabile senso di tensione dato dalla persistente imminenza di esplosioni violente e tragedie sfiorate, da un ribadimento della Storia atto a ricondurre lo sberleffo sul binario del drammatico. E tuttavia – Spike Lee lo sa bene – la sola possibilità di esorcizzare l’endorsement trumpiano, la sua grottesca presenza, le calunnie, i malumori che dividono le parti a costo di rivolte e vittime, sta nel riproporre la Storia come invito, retrodatato, a intendere quel che va inteso. Lo spettatore è avvisato: la volontà di bloccare l’origine dell’odio (e all’uopo punirlo), anche solo contentandosi di superare una battaglia nell’ampio raggio di un’invincibile guerra, è plausibile inoltrandosi nel milieu bigotto e fanatico del Klan, mettendo da parte etnie e relativi risentimenti. Nei suoi centotrentacinque minuti di durata, aleggia in BlacKkKlansman un’atmosfera vintage dove il climax nixoniano è allegorico riverbero di quello attuale, che non scalfisce la sulfurea volontà di sfottere il Sistema a stelle e strisce sin dalle origini del mito cinematografico: dal celebre fotogramma di Via col vento, in cui Rossella O’Hara si confonde nella sterminata schiera di feriti con la bandiera sudista a sventolare, si passa a un caricaturale Alec Baldwin demagogo in bianco e nero, di fronte alle cui retoriche ideologie non esenti da papere si scorge il desiderio di castigare il fanatismo. “Il film è tratto da una fot…a storia vera”, recita la didascalia nell’incipit, e il fil(m)ologo Lee ha già incomodato Nascita di una nazione prima che il capolavoro di Griffith torni nella parole d’un vecchio Harry Belafonte, testimone di un atroce episodio accaduto a un amico, durante un meeting universitario; se là il montaggio alternato esaltava il ceto WASP come un popolo di eroi camuffati pronti al salvataggio dall’ombra oscura, la stessa tecnica di montaggio, in questo caso, contrappone le dolenti parole della guest star al rito d’iniziazione nel Klan di un detective ebreo infiltratosi nella setta. La storia scritta col fulmine – parafrasando l’aforisma del presidente Wilson – è screditata in tutta la propria aura fallace da un corteo di fanatici rivoltosi che ancora (si) esaltano (al)le immagini di Griffith, nell’istante in cui Lee ne restituisce il lato di potenziali assassini quando il detective Ron Stallworth, scambiato dai colleghi bianchi per stupratore, sventa in extremis un attentato ai danni della presidentessa dell’unione studentesca nera. Fuorviante è il parallelo del corteo del KkK con quello del comizio sui diritti civili tenuto da Kwame Ture; fin troppo esplicita la bilancia su cui pende l’ago del cineasta (di cui il protagonista Ron, lui pure indotto a una presa di posizione, è l’alter ego), cui non sembrano importare le menzioni à la Bogdanovich, citato insieme a Cybill Shepherd. Restituita è l’America paranoica degli anni Settanta (il fermo delle operazioni da parte del capo di polizia, che, a missione conclusa, impone di distruggere i documenti), colorita di tocchi nostalgici (la disco-music e la blaxploitation negli incontri fra Ron e Patrice); a predominare è però quella rivalsa che il cinema, una volta tanto, concretizza a favore dei “fratelli”, denominati rospi dai bianchi laddove i neri chiamano porci i piedipiatti. Solo una sciarada, addirittura uno scambio di ruoli, voci ed etnie, rende ciò possibile affinché la corrispettiva uniforme da fantasma sia derisa: Stallworth si presenta al telefono come fanatico WASP, prima di convincere il collega ebreo Zimmerman a infiltrarsi nel cantone e istruirlo sullo slang tipico dei neri (purtroppo, va da sé, il doppiaggio azzera il rispettivo gioco di voci in uno dei passaggi più irresistibili del film); e che la celia assurga a incandescente arma per canzonare fino all’ultimo il presidente del Klan David Duke, patetico nel tentativo di scimmiottare i nemici, è evidente. Ma l’escamotage della mascherata, che non risparmia qualche affiliato (gli agenti del NORAD) né il rapporto tra Ron e Patrice (che non sa di uscire con un “porco”) e sfiora l’ossimoro quando proprio il protagonista fa da bodyguard a Duke, non cancella il clima di repressione esemplificato dalle immagini documentaristiche in coda: alla marcia per i diritti civili in Virginia segue l’ottuso discorso del vero Duke, la contro-protesta dei bianchi prelude all’attacco in auto da parte di James Alex Fields jr. e alle dichiarazioni di Trump dopo gli episodi. Al solito polemico e provocatorio, lo stile coniuga primi piani serrati a inquadrature distorte, in linea con l’incombente soqquadro socio-politico, talora ricorrendo al mitico split screen. Così pure la pistola rivolta da Ron e Patrice all’obiettivo, mentre il fondale dietro di loro si muove, è la riconoscibile firma d’un autore conscio di non poter fermare lo spettro dell’odio, infiammante in ogni senso, anche a prezzo inevitabile di innocenti (la Heather Heyer che rimanda a Yusef Hawkins: altra vittima della violenza bianca cui era dedicato Jungle Fever). Ben diversa dallo schermo, la realtà americana retrocede quanto la sua bandiera, non bruciando più come in Malcolm X ma rabbuiandosi poco a poco. In fondo, anche questa una vittoria. Con ogni mezzo necessario.

Voto. 7

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