Cinema News — 19 gennaio 2014

Per le ultime generazioni di cinefili Bruce Dern (Chicago 1936) è soprattutto il padre dell’attrice Laura, musa di David Lynch e sua compagna di meditazione. Ma Dern è anche un esemplare perfetto nella New Hollywood di quella recitazione naturalistica, da strada, tormentata e di sottrazione che ha caratterizzato nei Settanta le interpretazioni di coetanei come il suo amico Jack Nicholson, Jon Voight e Robert Redford. Contrariamente a loro non è mai diventato un divo ma la sua grinta gli ha fatto guadagnare legioni di fans. La sua forza espressiva e ribellistica splende al massimo del suo fulgore fra i Sessanta e i Settanta , arco temporale nel quale inanella come protagonista e caratterista una serie di anti-eroi positivi e negativi come I selvaggi (1966), Il massacro del giorno di S.Valentino (1967), Il serpente di fuoco (1967) e Il clan dei Barker (1970), diretti tutti dal “papà” del cinema indie Roger Corman, Costretto ad uccidere (1968) di Tom Gries, I cowboys (1972) di Mark Rydell , dove uccide a tradimento John Wayne, 2002: la seconda odissea (1972) di Douglas Trumbull, Il re dei giardini di Marvin (1972) di Bob Rafelson, Il grande Gatsby (1974) di Jack Clayton, Smile (1975), Black Sunday (1977) di John Frankenheimer, Tornando a casa (1978) di Hal Ashby, tanto per darvi un’idea della sua oculatezza. Come se non bastasse registi del calibro di Alfred Hitchcock (Marnie e Complesso di colpa, ultimo film del maestro inglese) e Walter Hill (Driver, Wild Bill e Ancora vivo) lo eleggono a loro attore feticcio. Insomma il premio a Cannes 2013 come miglior attore per Nebraska, suona per Dern non solo come un riconoscimento tardivo per un veterano, che dimostra di non essere bollito ma che nella sua carriera sempre da fuoriclasse, ha sempre privilegiato ruoli on the road, per personaggi in bilico fra moralità e cinismo, capaci di radiografare vizi e virtù dell’America più profonda. E il film di Alexander Payne, probabilmente contiene tutto questo.

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