Film di un maestro di stile, “Quello che non so di lei” recupera l’ambiguità del miglior cinema di Polanski, ma anche la grottesca asprezza di “Carnage”, e si offre come un racconto di misterioso fascino, dove l’autore torna a svettare con temi alti, entrando nella mente dei suoi protagonisti con passo sinuoso e sensuale. Delphine (Emmanuelle Seigner) è l’autrice di romanzo intimo dedicato alla madre, diventato un best-seller. La scrittrice riceve delle lettere anonime che l’accusano di aver rivelato al mondo storie della sua famiglia che avrebbero dovuto restare segrete. Profondamente afflitta da questa situazione, Delphine non sembra riuscire a ritrovare la serenità per tornare a scrivere, fino a quando un’appassionata lettrice, intelligente e intuitiva, si fa avanti e sembra riuscire a sostenerla in un momento così difficile. Polanski tesse un thriller psicologico abile e seducente fatto di sospetti, sussurri, ribaltamenti di identità, che ha il sapore del suo cinema classico ma che presenta evidenti motivi di novità, a cominciare dalla situazione inedita di due donne che si contendono la scena. Quando entra in scena Eva Green, fatalmente appare come un fantasma polanskiano filtrato dalla reminiscenza di Elle, il titolo e la protagonista dell’ultimo film del regista olandese Paul Verhoeven: una figura dal sinistro fascino, una ghostwriter che rende possibile il ribaltamento dei punti di vista e delle identità come in “Venere in pelliccia”. E attraverso questi ribaltamenti si dipanano interrogativi sul senso stesso della scrittura e del fatto creativo: chi è il vero autore? chi si cela dietro un’opera letteraria o cinematografica? Chi detta legge nella rappresentazione artistica e nella riproduzione della verità. A questo cuore autoriflessivo, si affiancano gli elementi tipici dell’universo polanskiano, il noir e il mélo, con situazioni che rimandano a motivi ricorrenti delle sue narrazioni, dalla splendida sequenza della caduta dalle scale del condominio di Delphine alla sequenza della giostra nel parco, quasi un’eco hitchcockiana, in cui l’immagine della giostra ritorna due volte, a sua volta eco polanskiana che proviene da “L’inquilino del terzo piano”. Dietro il tono estremamente elegante si svolge il tormento autobiografico, evocato dalle lettere anonime che ci parlano di esperienze vissute dallo stesso Polanski e dal vuoto che appare attorno alla scrittrice; un vuoto che è rappresentato fisicamente dal terrazzo dell’abitazione parigina, come in “Frantic” o ne “Il pianista”. Due donne, la scrittrice e la ghostwriter, che si nutrono l’una dell’altra – come attraverso di loro fanno l’arte e la realtà – l’una nevroticamente dipendente dai suoi lettori e da chi la può adulare restituendole sacro fuoco interiore, l’altra altera e misteriosa, perfetta raffigurazione della persecutrice ossessionata e ugualmente posseduta. In questa sottile riflessione sui meccanismi della scrittura e sulla possibilità di riscrivere il reale, “Quello che non so di lei” ci riporta ai temi della possessione e dell’alienazione, cari all’autore di “Rosemary’s baby” e “Repulsion”, cogliendo l’inquietudine nella condizione contemporanea e post-moderna, dove l’illusione di una trasformazione fisica dei personaggi parla della possessione che avviene anche attraverso i mezzi di comunicazione, in cui si pensa di poter diventare qualcun altro e di rubare la vita altrui. La presenza di Olivier Assayas come sceneggiatore offre più di uno spunto per improvvisi detour, le direzioni improvvise che il film prende, e per i temi che ricorrono con insistenza nelle sue ultime opere, dalle forme di comunicazione (gli iPhone quali contenitori di memoria, la pagina bianca dello schermo del computer), al tema del Doppio che pervade “Personal Shopper”. Assayas sembra essere da sempre partecipe di inquietudini polanskiane, e nel film l’ambiguità tra realtà e visione è sapientemente disegnata attraverso un adattamento in cui si esprime la piena simbiosi tra libro e film. Il nome della scrittrice da cui il film è tratto, Delhine de Vigan, corrisponde a quello della protagonista. Una naturale continuità tra il testo scritto e l’immagine visiva che si esprime attraverso un susseguirsi di interrogativi agitati dal racconto, avviluppati attorno alla questione fondamentale: qual è l’immagine giusta che stiamo vedendo, e quale è il suo statuto? Realtà o visione? Vita o immaginazione letteraria? Interrogativi che il film ha il pregio di non porgere in modi intellettualistici. Cinema della mente d’alta classe, prezioso nella sua rara sensualità, “Quello che non so di lei” si pone in definitiva come il gemello al femminile di “L’uomo nell’ombra”, che Roman Polanski aveva tratto nel 2010 dal romanzo di Thomas Harris. Una nuova riscrittura, quantomai fantomatica.

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