Cinema News — 30 gennaio 2013

TITOLO: “Quello che so sull’amore” (“Playing for keeps”)

 

REGIA: Gabriele Muccino

 

ANNO: 2012

 

CAST: Gerard Butler, Jessica Biel, Catherine Zeta-Jones, Uma Thurman, Dennis Quaid

 

E’ dura la vita a Hollywood. Lo sa bene Gabriele Muccino, nostro unico alfiere nella Mecca del cinema.

Senza la protezione di Will Smith, che aveva agevolato il suo sbarco oltreoceano (e grazie alla quale ha ottenuto due buoni successi come “La ricerca della felicità” e “Sette anime”) il film ha dovuto attraversare un processo di lavorazione piuttosto burrascoso.

George Dryer, ex calciatore di fama internazionale, si trova ad affrontare il difficile “secondo tempo” della sua vita professionale e l’ancor più difficile ruolo di padre part-time, causa divorzio.

Dopo i primi minuti abbastanza piacevoli, si intromette un iperbolico Dennis Quaid che interpreta una macchietta sguaiata, detestabile dalla prima parola che pronuncia. Poco male, si può pensare, talvolta esistono ruoli indigesti che si rivelano funzionali alla storia. Peccato che non sia questo il caso.

Comunque fino alla metà del film il merito di Muccino è quello di provare a bilanciare elementi propri della commedia americana con quelli più tipicamente europei, con i quali ha molta più dimestichezza. Ma è forse un merito provare a bilanciare? O forse lo sarebbe stato riuscirci?

Il buon Gerard Butler se la cava bene, diventa allenatore della squadra del figlio, e risveglia i bollori delle mamme dei piccoli calciatori. Quello che non convince e, anche qui, disturba, è l’atteggiamento ripetitivo e ipocrita che Muccino riserva per il suo protagonista: va a letto con Barb (Judy Greer) ma in realtà non vorrebbe, poi con la Zeta-Jones ma anche qui è quasi costretto, poi addirittura se ne pente. Insomma, è sempre sacrificato. E anche se rifiuta Uma Thurman che si intrufola nel suo letto in lingerie, non è credibile tutto l’amore che intanto cova per la ex moglie. In realtà è credibile ben poco, dagli allenamenti pomeridiani dei ragazzini con gli spalti sistematicamente pieni (ma i genitori non hanno un lavoro?), al provino di Dryer per ottenere un ruolo da opinionista per ESPN (magari li facessero davvero, si sa che i canali sportivi vanno a caccia di qualsiasi ex giocatore, anche se non spicca per loquacità, per usare un eufemismo). Non convince neanche la fotografia eccessivamente patinata e perfetta riservata ai primi piani delle star femminili: attrici come Catherine Zeta-Jones e Uma Thurman, giunte oltre la quarantina e per di più non nel momento più brillante delle loro carriere, si dimostrano ancora recalcitranti nel voler appartenere alla categoria “milf”. Paradossalmente, quella che spicca di più per bravura è la sempre struccata Jessica Biel, molto convincente nel ruolo di mamma moderna. 

La storia è una sorta di riallaccio temporale, perché parte laddove ci aveva lasciato il sorriso malizioso di Giovanna Mezzogiorno alla fine de “L’ultimo bacio”. Lo sguardo disincantato di Muccino resta invariato: l’immaturità regna sovrana tra gli adulti, incapaci di mantenere relazioni stabili e durature. Ma stavolta la situazione gli sfugge di mano, il ritmo è altalenante e provoca un disagio che purtroppo traspare da questa sua terza pellicola made in USA.

Dispiace poi che l’arte debba lasciare spazio a biechi interessi di product placement, come il pacchiano ed evitabilissimo spot alla Ferrari (Butler che fa provare al figlio l’ebbrezza di stare al volante in una pista deserta). Abbiamo la possibilità di essere rappresentati là dove il cinema conta da un nostro compatriota e questo è l’uso che vogliamo farne? Questa è l’espressione di un cinema che usa certi snodi narrativi solo come pretesto, e che personalmente trovo di pessimo gusto. Capisco la ghiotta occasione, tale visibilità era troppo invitante per essere ignorata, ma per chi ragiona solo con i numeri, e non col cuore.

Lungi da me voler fare il purista: Hollywood è una macchina da soldi, ed è un meccanismo molto più grande delle ambizioni di un singolo regista. Ma c’è modo e modo.

Resta da capire quanto tutto questo sia imputabile al regista di ottimi film come “Come te nessuno mai” e quanto allo stringente meccanismo della “green machine” di cui sopra, dove chi si ferma è perduto. Specialmente se è straniero.

 

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