Archivio film Attori Cinema News — 19 Gennaio 2016

Checco, caricatura dell’italiano medio – sottolineiamo caricatura, dovrebbe essere ovvio ma non lo è – ha un impiego alla Provincia che gli consente di non faticare per niente e prendere uno stipendio fisso, come sognava fin da bambino, una famiglia orgogliosa del suo lavoro e una fidanzata che lo “ama” esattamente per quello stipendio che non potrà mai essergli tolto. Insomma, è felice. Un brutto giorno però, una riforma abolisce le Province ricollocando gli impiegati con un’incredibile serie di eccezioni che salvano praticamente tutta l’amministrazione tranne Checco. Su consiglio di un vecchio senatore “rottamato” (Lino Banfi), il giovane rifiuta la liquidazione offerta dal governo e si fa spedire anche al polo nord pur di non rinunciare al bene supremo, il suddetto posto fisso. Lì s’innamora di una ricercatrice e della superiore civiltà scandinava ma dopo un po’ il richiamo dell’Italia si fa sentire e ricominciano i guai.
Questa, a grandi linee, la trama di Quo vado?, l’ultimo film con Checco Zalone, diretto da Gennaro Nunziante e prodotto da Pietro Valsecchi. Che, a sole due settimane dall’uscita in sala, è già il film italiano che ha incassato di più nella storia e si avvia a stabilire un record definitivo superando (in Italia, s’intende) anche i film americani più remunerativi di sempre.
Curiosamente (ma forse non troppo) insieme a questi risultati stupefacenti arriva una valanga di polemiche come non se ne vedevano da anni. Polemiche che, rasentando l’assurdo, come sempre giocano a favore della vittima.
Improvvisamente Checco Zalone e Pietro Valsecchi diventano i nemici pubblici numeri uno. Basta leggere i giornali o digitare il titolo del film su un motore di ricerca per trovare una inusitata quantità di commenti non semplicemente negativi – che è il destino di tanti altri film – ma pieni di astio, di livore, quasi di odio. Perché? I più delicati li accusano di aver fatto una commediola fessacchiotta (bizzarro: ci sembrava che il cinema italiano degli ultimi quaranta anni fosse stracolmo di commediole fessacchiotte senza che ciò turbasse il sonno di alcuno) che, ipso facto, piace solo ai fessacchiotti un po’ ignorantelli.
Sgombriamo il campo da equivoci e diciamo subito che a noi il film è piaciuto. Ergo, facciamo parte di quei sette milioni o più di fessi ignoranti che hanno lo hanno visto finora e sono usciti dal cinema soddisfatti. Ce ne faremo una ragione. Non riusciamo invece a farci una ragione delle polemiche più feroci, quelle che arrivano in gran parte da addetti ai lavori.
In primis, si accusa Valsecchi di aver operato una strategia disonesta facendo uscire il film in troppe sale. Doppiamente bizzarro: chi, avendone i mezzi, rinuncerebbe a distribuire il proprio film nel modo più capillare possibile? E perché questa accusa non è mai stata mossa negli anni passati a chi faceva lo stesso? Lo si fa – se si può – da quando esiste il cinema e ricordiamo negli anni 90 (quindi non proprio ai tempi di Méliès, dovrebbero ricordarlo in molti) attori/registi che si vantavano pubblicamente del fatto che la gente trovasse solo il loro film nei cinema di tutta Italia.
Altri accusano Zalone di abbassare il livello culturale – già basso – dell’italiano medio. Strano, non ci eravamo accorti che il nostro show business contribuisse in qualche modo a renderci più colti, specialmente negli ultimi anni. Inoltre, chi dice che è solo il proverbiale “ignorante” ad andare a vedere film comici? Noi abbiamo visto Zalone al cinema in compagnia di cinque persone con titoli di studio di tutto rispetto, tra cui un professore di filosofia. Ed è piaciuto a tutti.
Alcuni pongono la più classica di tutte le domande inutili: cosa direbbero di questo film i cineasti americani? Non lo sappiamo, ovviamente, ma abbiamo la certezza che ogni americano sappia perfettamente come funziona l’industria, sappia che il cinema americano (al contrario del nostro) vive di industria e non di soldi pubblici. Ci azzardiamo finanche a dire che gli americani siano consci del fatto che alcune commedie che talora producono – tipo Fatti, strafatti e strafighe o Maial College, con tanto di sequel – non sono esattamente opere che elevano l’intelletto. E segnaliamo a chi si arrovella sul fatidico quesito che il film di Nunziante non solo uscirà all’estero ma sarà – a quanto pare – oggetto di remake stranieri, invertendo la recente moda italiana di rifare le commedie francesi.
A chi, addirittura, invita gli spettatori a farsi restituire i soldi del biglietto diciamo solo: ci abbiamo provato in altre occasioni, per ragioni ben più valide, ma non abbiamo mai riavuto un centesimo.
In questo campionario di assurdità, tuttavia, quella che ci colpisce di più è la seguente: secondo i detrattori più impegnati, Checco Zalone (e con lui Valsecchi, of course) sarebbe pericoloso in quanto qualunquista. E sarebbe un qualunquista in quanto sfotte tutti a destra e a manca, indiscriminatamente, persino le minoranze. Argomentazione assolutamente strampalata, se non fossimo in Italia. Nella succitata America, persone come Matt Groening, Seth MacFarlane e Ben Stiller hanno costruito le rispettive fortune esattamente su questa ammirevole capacità, essere capaci di prendere di petto chiunque, senza servilismi e soprattutto, senza falsi moralismi. Ma nel paese dei Guelfi e dei Ghibellini questo è un orrendo crimine e tutti giù a dire che Zalone e Valsecchi sono per quel partito o per quell’altro o addirittura i politici stessi a cercare di tirarli a sé.
Noi la questione politica – raramente oziosa e fuori luogo come in questo caso – non vogliamo nemmeno sfiorarla (John Ford ce ne scampi e liberi!) ma abbiamo apprezzato esattamente questo: Quo vado? prende di mira tutti, bonariamente certo, ma proprio tutti. Meridionali e settentrionali. Il governo nazionale e gli enti locali. Lo status quo amministrativo e le riforme. L’abulia italica e il falso mito del civilissimo paradiso scandinavo. L’impotenza della Seconda Repubblica e lo smemorato rimpianto della Prima, con Checco che diventa un Celentano impegnato re degli ignoranti e riscrive musicalmente e testualmente Un albero di trenta piani.
L’intellettuale organico – vetusta categoria estinta in tutto il pianeta tranne che in Italia – non può non odiarlo, trasforma il 2016 nel 1977 e mette Zalone-Valsecchi al posto di Battisti-Mogol come bersaglio della propria acrimonia. Ma fallisce perché ormai non c’è più nulla a cui essere organici, il popolo non lo ascolta più e corre dall’inorganico Checco. Tutto ciò mentre un intellettuale vero e libero come Francesco De Gregori si diverte con Zalone nel 2016 (cercate su Youtube se non ci credete) come amava Battisti nel ‘77, incurante, da vero Principe qual è, di tutto il circo polemico di cui persino lui fu vittima.

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