In questa summa spielberghiana sulla cultura videoludica cogliamo molto di più: un viaggio cinematografico, in continuo sconfinamento, tra il dentro e il fuori delle vite immaginarie, tra il singolo e il collettivo, tra l’individuo e gli infiniti doppi, messi sotto scacco dalla situazione contemporanea dell’indebitamento collettivo ma invitati a liberarsi attraverso un’etica della visione e la riflessione consapevole sul proprio stato di “players”. Una corsa che l’autore vuole sfrenata e amorevolmente citazionistica – gli omaggi, tra i moltissimi e i più gustosi, paiono quelli a Saturday Night Fever e Shining, quest’ultimo realizzato come una vera perlustrazione-collisione che ha il sapore della reviviscenza, come i veri ebrei che accompagnano gli attori nel finale di Schindler’s list, o come i segreti dell’arca perduta fatalmente discoperti in un film, Ready Player One, che resta in primo luogo un gesto d’amore per il mezzo e le sue evoluzioni che si vogliono consapevoli e in compagnia degli amati maestri, da Kubrick a Zemeckis (quest’ultimo, tra i più originali e prossimi allievi della poetica spielberghiana, cui è dedicato il “cubo” che riporta indietro nel tempo innestando nuove possibilità per i protagonisti in fuga). Il nuovo film del regista di Jurassic Park e Schindler’s List – un binomio che nei primi anni novanta siglò la misura produttiva solo apparentemente doppia di un cineasta che siamo soliti considerare il narratore del meraviglioso e della riproduzione storica, il Peter Pan risarcitore della rappresentazione fatalmente perduta – è un kolossal divertissement-saggio teorico, messa a punto delle tecnologie digitali al servizio della verosimiglianza e della meraviglia (con un processo di adeguamento-innovazione che Spielberg da sempre ricerca e rilancia, con evidente periodicità, ponendosi anche in questa direzione come il cineasta anticipatore), di una consapevolezza etica della visione come tramite imprescindibile, oggi come ieri, per vivere intensamente ed essere sorveglianti del proprio destino in una società capitalistica in cui occorre guardare alle profonde dinamiche, alle questioni economiche e materiali, con defibrillante lucidità. Una meraviglia e una defibrillazione che altrove, nella cinematografia di questo perenne wonder boy del cinema, paiono in primo piano oppure assunte come momento da disvelare/disvelante, un invisibile divenuto per incanto visibile, mondo a parte che invece di darsi come completamente metafisico appare in una cinematografica e contornante fisicità. Ciò succede sovente in Spielberg, e succedeva in quello stato di grazia che è Always, sempre alla ricerca di un cuore umanissimo per rilanciare il racconto cinematografico, sia esso divorato dai furori della cinefilia (lì i classici hawksiani, Garnett e gli aerei), oppure, come in Ready Player One, calato nella plumbea morsa ipercinetica che accompagna la vita e la visione di questi ragazzi e individui di ogni età – nella società del 2045 immaginata dal romanziere Ernest Cline da cui il film è tratto -, costretti, per riscattarsi da orizzonti di povertà e disagio esistenziale, a una fuga dentro una realtà che li manovra e occulta le vere chiavi della liberazione e ostacola con la violenza il comando di Oasis, il mondo virtuale in cui è però possibile rintracciare le mappe nascoste e le chiavi del comando celate (come i programmi segreti di autodistruzione della Morte nera, cui fa eco sul piano immaginario il volto del supercattivo di Rouge One Ben Mendelsohn). Ready Player One è la quadratura del cerchio del cinema di Spielberg, un film di giovani, giovanissimi, molto somiglianti al nerd Steven Spielberg, come il protagonista Wade/Parzival, che persino nell’aspetto somiglia al regista da giovane, e che, nella società del 2045, sono indebitati, senza famiglia, divorati da una nostalgia che è propria di una cultura videoludica inevitabilmente iconica ed immagazzinatrice, che richiede la perlustrazione continua di miti, abiti mentali, situazioni che nel film rimandano di continuo al pop, a una frenesia di frequentazioni che avvicinano/allontanano, ad abilità e attitudini che smarcano e richiedono adesione. Immersivo ed escapista, il film di Spielberg che somiglia per alcuni aspetti a Tron e Blade Runner, è anche tutta un’altra cosa: della fuga è una poderosa rivendicazione, perché quel mondo culturale stratificato che ci abita, ci riguarda, va conosciuto, contiene un cuore antico seppure manipolato dal capitale; e Ready Player One è anche una riflessione sul capitalismo, sulla possibilità di riscattarsi e liberare nuovi orizzonti, attraverso divagazioni dal labirinto, percorsi a ritroso (proprio come in Shining!), consapevolezza di guida e di espressione. Un ritorno al reale (l’amore per una ragazza che forse si nasconde, e nasconde uno sguardo imprevisto), che deve procedere attraverso i linguaggi e la cultura che si conoscono, e che prospetta una nuova speranza anche nella prospettiva di un capitalismo non solo parassitario ma vitalistico e aperto sul mondo (si pensi al primo piano del cadavere del creatore di Oasis, perfetto alter-ego spielberghiano creatore di questi mondi, con gli occhi chiusi da una moneta con scritto ‘liberty’.

E non è forse una moneta, del resto, a fornire una vita bonus al protagonista?).

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