Archivio film Cinema News — 15 Dicembre 2019

Da materiale finzionale, da editare e modellare secondo i dettami dell’editoria, l’omicidio si fa oggetto reale. Il sangue che scorre sulla carta, ora bagna le mani di un membro della famiglia di casa Thrombey e la ricerca dell’assassino diventa davvero un affare di famiglia. Un gioco meta-artistico e di mise en abyme quello costruito da Rian Johnson con Knives Out – Cena con delitto. Il regista raccoglie tra le sue mani tutte le regole fondanti del genere whodunnit, le stesse che danno ritmo e forma ai testi curati dalla famiglia di Harlan Thrombey (Christopher Plummer) e senza l’ambizione di superare i confini del genere o ribaltarli, ne rinvigorisce l’intreccio. Complice una regia angolata che schiaccia i membri della famiglia sotto il peso delle proprie colpe, o li eleva al di sopra di ogni sospetto, Johnson soffia sui volumi di Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Raymond Chandler, per eliminare la patina di polvere che li ricopre e donare colori nuovi e freschi a un genere cinematografico mai passato di moda, ma al momento alquanto saturo e privo di idee. Nel raggiungere il proprio obiettivo di rinvigorimento cinematografico, Johnson opta per una storia del tutto inedita e non affondante le proprie radici creative in terreni letterari già battuti in passato da registi come Guy Ritchie (Sherlock Holmes),  Kenneth Branagh e Sidney Lumet (Assassinio sull’Orient Express). Ciò che ne consegue è una delle più interessanti e acute riflessioni sul genere giallo mai riscontrata al cinema negli ultimi tempi. I cliché, i rimandi e le citazioni sono ingredienti maneggiati con cura da Johnson, regista da sempre capace di riordinare attentamente ogni singolo elemento costitutivo di un genere, per poi ribaltarlo secondo la propria estetica e autorialità. I primi e primissimi piani tentano inoltre di mettere alle strette gli indagati, custodi di segreti personali che il cinema, confessore di misteri e misfatti, riuscirà ad aprire rivelando le verità celate da ognuno.

Knives Out si presenta, dunque, come una montagna russa lanciata a folle velocità, dove i flashback e le scene reiterate in base ai diversi punti di osservazione, vengono raccordati da un montaggio adrenalinico e perfettamente in sincronia con il ritmo dato dall’impianto narrativo.

Johnson affida ai propri spettatori il ruolo di detective. Sta a loro, immobili sulle poltrone come il personaggio di Benoit Blanc (Daniel Craig) a inizio film, seguire con attenzione lo svolgersi delle vicende e ritrovare il significato nascosto dietro ogni citazione e riferimento meta-televisivo o cinematografico (da La signora in giallo, a NCIS, passando per il Tenente Colombo e quell’Invito a cena con delitto richiamato dal titolo italiano) perché dietro ogni pedina nel gioco del regista si nasconde molto più del semplice aspetto didascalico e denotativo. Nulla è come sembra nell’universo di Knives Out e nulla va preso con leggerezza e sotto gamba. Quello che alla prima ora di film pare un caso già risolto, è in realtà una canna di fucile che vanta ancora molti colpi da sparare. E il bersaglio, seduto in platea nel buio di una sala cinematografica, verrà colpito con precisione rimanendo a bocca aperta a ogni singolo colpo di scena.

Tra divertimento, turning-point e una sceneggiatura redatta con acume e intelligenza, il film di Rian Johnson si presenta come uno dei più interessanti di questo fine 2019. A dare manforte al comparto registico, fotografico (i colori accesi ricordano quelli delle caselle del Cluedo) e narrativo, c’è sicuramente quello interpretativo e attoriale. Il cast, dominato da Daniel Craig e Ana de Armas, è una girandola caleidoscopica di caratteri eterogenei e idiosincratici. Labirinti psicologici e scatole da aprire con la forza, ognuno di loro, nella propria docilità, rivela attraverso uno sguardo, un micro-movimento o un dettaglio dell’abbigliamento, un lato oscuro che inconsciamente attira uno spettatore desideroso e allo stesso tempo intimorito di indagarlo a fondo, conscio di poter ritrovare una parte di sé riflessa in ognuno di questi ambigui personaggi. Tutti, da Chris Evans, a Michael Shannon, fino a un’irresistibile Toni Colette e i sempre ottimi Christopher Plummer e Jamie Lee Curtis, sono colonne portanti di un tempio costruito con cura e lucidità da Rian Johnson. Un tempio dell’intelletto, della scaltrezza e dell’intelligenza, dove il cinema di intrattenimento non è più un mistero da indagare, ma una realtà da gustare.

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