Cinema News — 11 aprile 2013

TITOLO: “Red Dragon”

 

REGIA: Brett Ratner

 

ANNO: 2002

 

CAST: Edward Norton, Harvey Keitel, Anthony Hopkins, Ralph Fiennes, Philip Seymour Hoffman, Emily Watson, Mary-Louise Parker

 

Dopo oltre un decennio, Hannibal Lecter torna a turbare la nostra psiche. Un ritorno anomalo, dato che “Red Dragon” è un remake di “Manhunter” di Michael Mann, e mostra i fatti antecedenti al capolavoro “Il silenzio degli innocenti”, che valse l’Oscar a Anthony Hopkins nonostante i 16 minuti di scena. A dirla tutta, vinse i 5 premi più importanti, entrando nell’esclusivissimo podio con “Accadde una notte” e “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Inutile sottolineare il distacco abissale tra la pellicola di Jonathan Demme e questo thriller, un unicum nella carriera di Brett Ratner.

Will Graham (Norton) viene convinto da un ex-collega dell’FBI (Keitel) a collaborare alle indagini su un serial killer di famiglie soprannominato “Lupo mannaro” (Fiennes), per la singolare scelta di uccidere solo nei periodi di luna piena. Will ha un intuito fuori dal comune e un’innata capacità di immedesimazione nella mente dei serial killer. Nonostante questo, decide di farsi aiutare dall’artefice del suo ritiro dall’FBI: l’inquietante Hannibal Lecter. L’arresto andò a buon fine, ma Graham subì gravi ripercussioni fisiche e mentali, oltre a rischiare di morire.

La storia ha un buon ritmo e i personaggi negativi hanno un indiscutibile fascino. Di Hopkins è già stato detto tutto, ci ha consegnato uno dei cattivi più affascinanti del cinema e lo ha scolpito indelebilmente nella storia. Anche Ralph Fiennes sfodera un’ottima prestazione: è perfetto nell’incarnare Francis Dolarhyde, un soggetto fortemente disturbato, frutto di soprusi e traumi subìti sin dall’infanzia e mai superati. La mancata sublimazione non gli dà scampo, i suoi pensieri sono inchiodati in un folle disegno delirante e macabro. E’ ossessionato dal dipinto di William Blake “Il grande drago rosso e la donna vestita col sole” tanto da essersi tatuato il drago rosso su tutta la schiena. Si sente il suo alter-ego, e attraverso i suoi crimini crede di dare vita ad un processo di definitiva trasformazione nel drago. Ma una volta conosciuto l’amore, si crea un contrasto intollerabile nella sua mente disturbata. Grazia, gentilezza e genuinità: quasi inorridisce per come si possa essere così buoni senza motivo. In realtà è spavento per territori invitanti ma mai esplorati. E mentre le sinapsi positive si risvegliano, la parte malata li teme e li rifugge, percependoli come minaccia per la (in)stabilità raggiunta, come distrazione dal compimento del disegno perfetto.

La pseudo-relazione di Dolarhyde avviene con una ragazza cieca (Watson) ed è l’aspetto più evocativo della trama. Rappresenta come individui complementari non riescano ad innescare la simbiosi che permetterebbe la sopravvivenza.

Le ottime performance attoriali però non sono sostenute da una sceneggiatura all’altezza, che dissemina qua e là incongruenze e snodi narrativi che lasciano perplessi. Emily Watson che da non vedente trova una via d’uscita da una casa in fiamme del tutto illesa può valere come esempio su tutti. Anche le intuizioni di Graham talvolta appaiono sin troppo acute, comunque ben interpretate da un biondo Edward Norton in versione “fratello magro di Mexes”.

 

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