Archivio film Cinema News — 07 Gennaio 2016

Titolo: Revenant – Redivivo
Regia: Alejandro González Iñárritu
Soggetto: dal romanzo The Revenant: A Novel of Revenge di Michael Punke
Sceneggiatura: Mark L. Smith, Alejandro González Iñárritu
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Montaggio: Stephen Mirrione
Scenografia: Jack Fisk, Hamish Purdy
Musica: Bryce Dessner, Carsten Nicolai, Ryuichi Sakamoto
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck
Produzione: New Regency Pictures, Anonymous Content, Appian Way, RatPac Entertainment,
Soho VFX
Distribuzione: 20th Century Fox
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 156 minuti

 

Iñárritu si riconferma, con il suo ultimo film, un autore estremamente versatile, abile nel declinare le sue salde capacità registiche per adattarle a dimensioni e panorami in continuo mutamento. I giochi a incastro dei film che lo resero famoso a partire dal 2000 – le cui consonanze, si può osservare a posteriori, sono forse più di scrittura che di regia, relative al lavoro di sceneggiatura di Guillermo Arriaga – sono ora lontanissimi. Come distante appare la Barcellona disperante e disperata del successivo Biutiful, o ancora l’universo allucinato e debordante dell’apprezzato Birdman.
Con Revenant, tratto da un romanzo a sua volta ispirato a una storia vera, tutto si riduce a ben guardare a un unico nucleo di pensiero e azione, ovvero il confronto – estremo e violento – tra uomo e Natura. Il protagonista Glass è un esploratore che, in viaggio nelle terre selvagge del Nord America, viene ferocemente aggredito da un grizzly e quindi dato per morto dai suoi compagni; l’intero film è il racconto della sua lotta per sopravvivere – ostinata, incredibile, eroica – contro il freddo e la fame, e contro ogni sorta di belva: lupi, orsi, e soprattutto uomini. L’universo descritto in Revenant è infatti elementare, brutale, atavico: homo homini lupus. Rare e brevissime sono le eccezioni a questo stato di cose. Anche le scarne vicende che vanno a costituire il plot – un antefatto tragico, e poi la sete di vendetta che in parte guida le azioni del protagonista – sono di fatto inscritte nel disegno complessivo riassumibile in un unico urgente imperativo: lottare. E’ questo, del resto, l’unico insegnamento che Glass può offrire al proprio giovane figlio. Ed è questo, in ultimo, l’istinto che lo salverà: quello di combattere fino alla fine.
La peculiarità del film – al di là dell’argomento trattato, tema senza tempo e già caro a molto cinema, valga per tutti quello potente e radicale del grande Werner Herzog – è il suo procedere scarnificando e assottigliando, per arrivare al cuore vivo del discorso accumulando tensione, in maniera quasi immersiva. La neve, il vento, il silenzio, il bianco mortifero che copre ogni cosa; soprattutto le ferite, il sangue, il dolore, tutto è messo in scena visceralmente, enfatizzandone l’aspetto fisico e materico e tuttavia senza cedere a una rappresentazione della sofferenza morbosa o compiaciuta.
Se DiCaprio sostiene in modo eccellente – spesso come unica presenza umana – le due ore e mezza circa del film, concorrono in maniera decisiva alla riuscita dell’operazione anche i maestosi paesaggi nel ruolo – a tutti gli effetti attivo – di una Natura splendida e assieme crudele, vista – per altro – dall’occhio affascinato di Emmanuel Lubezki, direttore della fotografia per Terrence Malick da The New World in poi. Determinante è in questo senso l’uso massiccio del grandangolo, che dilata lo spazio come per avvolgere lo spettatore, imponendo una visione che fa sapientemente leva su aspetti essenzialmente sensoriali e percettivi. E Lubezki inoltre non è l’unico che contribuisce a diffondere un’eco del cinema di Malick nelle foreste nevose di Revenant, al film lavora infatti anche il talentuoso scenografo Jack Fisk,  collaboratore del regista texano dall’esordio negli anni Settanta fino a oggi.

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