Archivio film Cinema News — 06 Ottobre 2015

Titolo originale: Every Thing Will Be Fine
Regia: Wim Wenders
Sceneggiatura: Bjǿrn Olaf Johannessen
Fotografia: Benoît Debie
Montaggio: Toni Froschhammer
Musiche: Alexandre Desplat
Cast: James Franco, Charlotte Gainsbourg, Rachel McAdams, Marie-Josée Croze, Robert Naylor
Genere: drammatico
Durata: 118 min
Anno: 2015

Certi ricordi non muoiono mai. Fatale è l’istante in cui la vita cambia corso e il tormento e l’ossessione e l’angoscia ci prendono per mano. Senza possibilità di soluzione: la vita non ammette repliche. Neanche la neve questa volta ci aiuta a seppellire i ricordi. Il freddo è tutto ciò che resta. O forse un bel romanzo.
Una sera d’inverno lo scrittore Tomas (James Franco) guida su una strada innevata quando all’improvviso una slitta gli si para davanti, scendendo da un pendio. Tomas frena subito, scende dalla macchina e con il piccolo Christopher sulle spalle si dirige verso la casa più vicina. Per un attimo l’illusione di avercela fatta, subito dopo la consapevolezza di aver lasciato il fratello sotto le ruote del fuoristrada. Tutti ripetono a Tomas che non ha colpa, ma l’incidente segnerà irrimediabilmente la sua vita.
La sceneggiatura arrivò sulla scrivania di Wim Wenders che subito se ne innamorò: “È il film che mi ha scelto”, aveva dichiarato. Everything will be fine tradotto in Ritorno alla vita spiega la bizzarra casualità delle storie che inconsapevolmente ci travolgono, il segreto amore tra realtà e finzione, il fascino del tempo.
Omaggiato all’ultimo festival di Berlino in cui ha ricevuto l’Orso d’Oro alla carriera, Wim Wenders dopo i grandiosi documentari Pina e Il sale della terra, ritorna al cinema d’invenzione, ma degli anni d’oro di Il cielo sopra Berlino resta la maestria senza l’opera d’arte. Il 3D che aveva celebrato la bellezza dei passi di danza della coreografa tedesca ritorna ora per amplificare la coscienza dell’io. Da sempre teso ad esplorare le forme d’arte, Wenders ha immediatamente colto le potenzialità di uno strumento che alla Berlinale descrive “fantastico, capace di aprire una dimensione completamente nuova di partecipazione emotiva alla storia e ai personaggi”.
La fotografia, dal regista amata e ricercata in ogni opera fino alla sua apologia nel documentario sul fotografo e amico Sebastião Salgado, esplora i paesaggi di una coscienza tormentata. Ma quando le immagini del grigio inverno canadese si dileguano non resta che il freddo. Sceneggiato dal norvegese Bjǿrn Olaf Johannessen, ambientato nei paesaggi innevati del Québec, Ritorno alla vita non lascia entrare lo spettatore, rilegandolo a voyeur davanti alle vetrate della casa di Tomas. I vetri riflettono l’anaffettività dello scrittore, le solitudini dei familiari in un melodramma che non riscalda. Sensi di colpa e di impotenza si specchiano nei riflessi, la nota di fondo è l’inquietudine. Un minimalismo firmato Alexandre Desplat, compositore candidato otto volte all’Oscar e vincitore con Grand Budapest Hotel.
Ritorno alla vita è un’opera intima da contemplare in silenzio. Tanti gli interrogativi di una sceneggiatura debole e spesso cigolante. Troppi, forse, i quesiti che rimangono in sospeso prima di svanire come neve al sole. Non chiedetemi risposte, sembra ribattere Wenders che in fondo dopo la pausa del documentario, riafferma il potere dell’artista di mescolare realtà e immaginazione come colori su una tela di cui il regista è il solo artefice. Trasfigurare il reale, rendere verosimile la fantasia è la fortuna di Tomas, il privilegio dello scrittore anche a costo di calpestare i ricordi, rubarne le emozioni e reinventare la storia. Ogni volta come se fosse un nuovo romanzo, o forse un nuovo capitolo del romanzo di sempre. L’elaborazione del lutto a volte richiede tutta la vita e non basta cambiare le cose per superare la crisi. Tomas cambia compagna, si trasferisce in una nuova casa, gli viene detto che i suoi libri dopo l’incidente sono migliorati. La reazione al dolore è sempre soggettiva. Quanto è corretta poi, la creatività nata da una tragedia, non c’è giudice che possa stabilirlo.
“Possiamo solo cercare di credere che ci sia un senso a tutto questo”. La madre del bambino morto emerge coma le depositaria di una spiritualità che pervade l’intero film e ritorna come il fil rouge delle opere di Wenders. Il messaggio di carità, la luce di una fede ritrovata sembra l’unica possibilità di fronte all’insensatezza degli eventi, alla violenza della realtà che in fondo possiamo solo accettare. Charlotte Gainsbourg nel ruolo della madre, e la sua intensità, spontaneità, profondità compensano la plasticità di Franco, ingessato e più freddo di quel che Tomas vorrebbe.
Nonostante l’apparente imperturbabilità, in fondo anche Tomas però rivela un’imprevedibile capacità di empatia e comprensione per l’altro: l’abbraccio finale tra Tomas e Christopher segna l’inizio di un ritorno alla vita. Il sole torna a splendere come nelle prime scene del film, il sorriso ad illuminare i volti di due sconosciuti legati dalla stessa ferita, la vita ricomincia secondo una perfetta circolarità degli eventi. Posticcio e forse un po’ retorico, l’abbraccio però riscalda lo spettatore infreddolito, lasciando per un momento che le lancette dell’io si sincronizzino con l’orologio universale.
Il tempo che inesorabilmente tutto trasforma è l’ossessione del regista che cerca nelle rughe del vecchio padre di Tomas le ragioni del cambiamento, le alterazioni e deformazioni dell’umana caducità. Visioni di umana imperfezione. Scene di grande raffinatezza stilistica si compongono davanti allo spettatore come elaborate miniature che Wenders come un monaco dipinge con innata grazia e il solito genio. Riflessione e casualità. Silenziosi paesaggi di umana natura.

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