Archivio film Cinema News — 25 Maggio 2017

Regia: Kore-eda Hirokazu

Scritto da: Kore-eda Hirokazu

Fotografia: Yamazaki Yutaka

Cast: Abe Hiroshi, Kiki Kirin, Maki Yoko, Lily Franky, Yoshizawa Taiyo.

Produzione: Matsuzaki Kaoru, Taguchi Hijiri, Yose Akihiko.

Durata: 117 minuti

Anno: 2016

«Non è facile diventare ciò che si vorrebbe, nella vita».

Ryota, romanziere mancato, investigatore privato più per necessità che per scelta, giocatore d’azzardo di alterne fortune, separato e con un figlio, lo sa bene. Lo incontriamo mentre si reca a far visita alla madre (una straordinaria Kiki Kirin), in un quartiere di case popolari dove lui stesso viveva. È un giorno qualsiasi, in una famiglia come tante. E sta per arrivare il tifone.

Kore-eda Hirokazu riprende la coppia madre-figlio che già avevamo conosciuto in Still Walking (magistrale ritratto di famiglia del 2008), Abe Hiroshi- il figlio e Kiki Kirin- la madre per tessere un nuovo intreccio fatto di dialoghi in cucina su tutto e su nulla, ma sostanzialmente sulla vita, di cibi accuratamente preparati per avvolgere nella rete della nostalgia, di ritornelli di canzoni che magicamente si colgono sullo sfondo nel bel mezzo di conversazioni notturne (Umi yori mo mada fukaku – più profondo del mare – è un verso di una canzone che Teresa Teng interpreta e che ribadisce in un certo senso proprio quello che l’anziana madre sta dicendo, una sera, al figlio). Il rapporto tra la donna e il figlio adulto è fatto di ricordi, di ironia condivisa, di affetto malinconico.

Splendido anche il tratteggio del rapporto di Ryota con l’ex moglie e dei due col figlio: i due adulti, come spesso accade nei film di Kore-eda sembrano frastornati dagli eventi della vita, lui cerca in un modo goffo di ravvicinarsi a lei, la moglie non fa che rinfacciargli errori e mancanze. Il bambino ci appare tranquillo e “saggio” (penso, solo per fare qualche esempio, ai piccoli protagonisti di Nobody Knows, 2004, o di I wish, 2011).

Anche in questo caso, come in altre opere di Kore-eda, si parte da un’assenza. Quella del padre defunto, il genitore che Ryota ha sempre ritenuto non lo apprezzasse e la cui mancata approvazione ha contribuito a renderlo l’adulto che è diventato: anche con questo vuoto l’uomo dovrà fare i conti, per poter riprendere il proprio cammino di vita, dopo il caos del “tifone” rappresentato da un matrimonio che si sta sgretolando, da un figlio con cui impostare un rapporto, da una madre che si sta avviando nel tunnel della vecchiaia.

Kore-eda ce lo presenta anche visivamente lo spaesamento di Ryota, facendolo correre all’impazzata e senza direzione precisa nella pioggia scrosciante, nel giardinetto sotto casa della madre investito dal vento del tifone, per recuperare i biglietti della lotteria inavvertitamente lasciati cadere dal bambino.

Lo stile di Kore-eda non è mai sopra le righe. La sequenza che riprende i tre, Ryota, l’ex moglie e il figlio, all’interno della struttura a forma di polipo che è un gioco per bambini, ce li presenta di fronte, avvolti da una luce calda e soffusa, mentre guardano oltre la cornice dell’inquadratura. È un momento delicato e fondamentale, perché precede di poco quella “rinascita” che sarà per ognuno di loro l’uscita da quell’antro materno e protettivo.

La profondità delle emozioni in piccoli gesti pacati.

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