Archivio film Cinema News — 17 Aprile 2020

Non capita sovente che il nome d’un regista acquisti meriti e importanza senza che la sua produzione annoveri un solo titolo davvero degno di nota. Impossibile discernere tale nome da un genere frequentato con assiduità o da una produzione visibilmente grama in mise-en-scène e impianti narrativi. Ed è ugualmente impossibile separare la firma da un periodo controculturale fortemente condizionato dal mutamento di mode, gusti, pubblici. Eppure, dall’alto delle proprie 94 lune, a tutt’oggi Roger Corman non cessa d’essere un caso più unico che raro: la garanzia di una tecnica che non si premura granché di realizzare confezioni di qualità opinabile, il cui esito – risibile per palati esigenti, più semplicemente ingenuo – non va a scapito di un’indiscutibile professionalità.

Perché di tecnica, relativamente a Corman, si deve parlare in barba a giudizi talmente standard e uniformi da suonare datati come (e forse più de)i suoi film: a testimoniarlo, l’autobiografia Come ho fatto cento film a Hollywood senza mai perdere un dollaro in cui l’autore, con molta ironia, snocciola un modus operandi cominciato dalla più collaudata gavetta, posto al contempo come un’alternativa-sberleffo ai System di magne produzioni in piena crisi. Non vi è genere che il cineasta di Detroit non attraversi – dalla fantascienza al gangster, per tacere ovviamente dell’horror – senza che gli incassi, conseguiti tra drive-in e pidocchietti, lo pongano mai in condizione di rimetterci, inclusa l’abitudine di riutilizzare un medesimo set per più progetti all’anno, e nel minor tempo possibile, procurandogli la pronta etichetta d’incontrastato sovrano dell’exploitation.

Una tecnica, dunque, ch’è anche predefinito stilema: alzi la mano chiunque, guardando uno dei vari adattamenti da Poe, non individui la mano di Corman in un’abilità costruttiva desunta dall’impiego di sanguigni décor (perlopiù dovuti alla firma tutelare di Daniel Haller), giocati su cariche tonalità cromatiche a pastello grazie a un prodigioso apporto fotografico, spaziante da Floyd Crosby e Arthur Grant al futuro regista Nicolas Roeg – e in quest’ultimo caso debitore delle correnti pop. E ancora nel sodalizio col compositore Les Baxter, così come nella scelta di gloriosi volti hollywoodiani la cui età avanzata non scalfisce la professionalità (Boris Karloff, Peter Lorre, Basil Rathbone, Ray Milland), consentendo a una di esse, Vincent Price, di associare all’opera cormaniana la propria caratteristica, mefistofelica icona. Il gusto dell’eccesso, l’edificazione d’un universo parossistico morboso e soffocante, quasi metafisico e pervaso da una vena beffarda e sarcasticamente macabra: indici bastevoli a far di Corman un marchio di fabbrica, dove il concetto d’idea, nel senso più etimologico del termine, non esce scalfito in una struttura narrativa sopperente alla scarsezza economica, impreziosita dalla collaborazione con Charles Beaumont, Dick Matheson e un giovane Robert Towne. L’occasionale introduzione di segmenti onirici, a base di filtri e distorsioni ottiche, acclude ulteriore pregio a una fecondità barocca, kitsch finché si vuole, che nell’abilità d’impastare effetti orrifici e note grottesche meglio condensa la ridefinizione estetica del fantasy cinematografico.

Si può convenire come molti lavori scaturiti dalla factory, senza la pretesa d’esser presi sul serio e a un passo dalla dichiarata parodia, lascino il tempo che trovano e l’apparato non possa non ritenersi arcaico (per cui sarebbe inesatto non definirlo invecchiato). Vero è che se nella gran parte dei casi la ghianda permette alla quercia di fiorire, non si può non riconoscere alla griffe cormaniana l’introduzione d’un metodo che, in epoca di influenze e correnti, non poco contribuisce permettendo al decadente milieu di ritemprare le finanze, risorgendo più rigoglioso e potente. Una figura rinascimentale a tutto tondo, sotto la cui ala crescono nomi nel comparto registico (Scorsese, Coppola, Bogdanovich, Cameron…) ed attoriale (Nicholson, De Niro, Bronson e Dennis Hopper, Peter Fonda, Bruce Dern) destinati a lasciare impronte indelebili. E lo stesso può dirsi relativamente alla controtendenza che partorisce generi e spin-off in linea con la voga ribellista sessantottina, bruciati in tempi rapidissimi – lo youth, offerto dallo psichedelico Il serpente di fuoco, o il bikers de I selvaggi – trovando in Easy Rider l’eponima vetta.

Un’inestricabile esperienza di cinema e vita, talvolta pagata a proprio rischio e pericolo, come dimostra lo scomodo L’odio esplode a Dallas, oggetto di minacce nella gestazione e – ironia della sorte – film assai più profetico di quanto la tormentata uscita faccia presumere. E anarchicamente vintage da tornare a confrontarsi con le grandi produzioni dirigendo, con visionaria inventiva, l’apocalittico-avvenirista Frankenstein oltre le frontiere del tempo, tratto da un romanzo di Brian Aldiss, in un’epoca dove nomi come il suo, ghiotto menù per cinefili e aficionados, non si possono non salutare con tenero anacronismo; ciò prima di lasciarsi definitivamente alle spalle la regia per dedicarsi alla produzione e alla distribuzione nazionale di grandi cineasti europei, occasionalmente concedendo qualche cameo. Non vogliamo dire che gli spunti socio-politici o i risvolti psicanalitici appaiano materia inferiore rispetto ad emblemi figurativi o a eventuali significazioni morali spiegate dalle funzioni terrorizzanti dell’horror: rivedendo in chiave odierna un must gangsteristico qual è Il clan dei Barker (forse il capolavoro di Corman), non sfugge una certa allegoria nel ritratto della madre sanguinaria del titolo originale, e nel suo cieco odio verso una società alienante, a sua volta restituito nella morbosa educazione sentimentale dei quattro figli.

Forse, nell’attuale cinematografia a stelle e strisce, non è così palpabile il vuoto lasciato da artigiani della Settima Arte altrettanto prolifici, dotati d’identica purezza e originaria semplicità della celluloide che fu. Sine dubio, non si può non riconoscerla lezione anticonformista, rivoluzionaria al punto che perfino in Italia è stata (e per più d’uno è ancora) eletta a eclettico modello di riferimento. Un maestro? Sì, senza ma e senza se.

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