Archivio film Cinema News — 18 agosto 2018

Interpreti: Francisca Lozano,Arantza Ruiz, Oliver Nava, Claudia Zepeda

Musica: Diego Cohen

Se ci pensiamo bene negli anni 70 un certo cinema horror/thriller declinato
al femminile era spesso composto da titoli più o meno chilometrici (specie in Italia),
che garantivano in nuce un certo godimento perverso con venature macabre.
La notte che Evelyn uscì dalla tomba, perchè quelle strane gocce di sangue sul
corpo di Jennifer? e ancora Un bianco vestito per Marialè.

Tra gli ultimi prodotti di genere della new wave iberico-messicana invece troviamo
titoli secchi, composti solamente dal nome proprio della protagonista, vedi
alle voci Veronica, di Paco Plaza, e Romina, del messicano Diego Cohen.

Se nel suo porsi come rudimentale avanzo di una certa artigianalità ormai
estinta, il demoniaco di Plaza funziona e a tratti anche molto bene, Romina
di Cohen riduce lo slasher (con punte di revenge) a campionario di “amenità” boschive,
con la pretesa di voli pindarici nella natura, quale muta osservatrice di umane
atrocità.

Cohen parte da velleità decisamente alte con un prologo sottratto a una senquenza
del bellissimo Storie di Haneke, a cui seguono le immagini finali di un massacro
con il contrappunto ieratico dell’aria Lascia ch’io pianga di Georg Friedrich Händel,
che in Antichrist aveva ben altro impatto emotivo.

Nel mezzo il solito gruppo di adolescenti in vacanza(anche se molti interpreti
pare abbiano superato i 20), al solito campeggio corredato da bosco e laghetto,
con i soliti pruriti scopofiliaci e la solita nerd vessata durante l’anno ma
voyeuristicamente desiderata se sbirciata nuda durante l’amena scampagnata.

Romina non inquieta, non presenta alcun scandaglio psicologico, e nemmeno eccita
la libido scopica, con scampoli di nudità frontali in campo lungo che sanno
di un’oratorialità stantia che più parrocchiale di così non si può.

Romina rappresenta la morte del desiderio scopico, una vuota pornografia della
messa in scena filmica in cui orrore ed eros perdono la loro funzione
catartica, tra innocue battutine e un citazionismo sfinito e noioso.

Il corpo di Francisca Lozano richiedeva ben altra ermeneutica dello sguardo,
magari senza raggiungere l’esplorazione erotico-mistica operata da
Joachim Trier in Thelma, ma almeno uno sguardo più onestamente affine al
profilmico preso in esame.

 

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