Archivio film Cinema News — 14 Luglio 2021

La meticcia di Sacramento di Felix Feist (a cura di Mario Molinari)

Ho deciso di rivedere La meticcia di Sacramento (1953) per capire se questo western dalla trama confusa e dal cast sotto tono è davvero brutto come mi sembrò quando andavo all’università. Il regista Felix Feist non l’avevo mai sentito nominare. A dire il vero anche ora so poco di questo modesto artigiano che arrivò a Hollywood a 22 anni, facendo di tutto (persino il piazzista di film!), per dirigere, tra il 1932 e il 1965, anno in cui morì, una ventina di pellicole: commedie, mélo, avventurosi e tre western, questo The man behind the gun e i precedenti Il tesoro dei Sequoia-The big trees e Lo sparviero di Fort Niagara-Battles of the Chief Pontiac (entrambi del ‘52). Film dalle pretese storiche (c’è anche il bandido Joaquin Murieta), con la California, da poco Stato dell’Unione, divisa tra separatisti e avversari, mossi tutti da ragioni di puro profitto (il controllo delle acque, autentica manna per i territori limitrofi a una Los Angeles ancora in fasce, cosi come avverrà nell’ottimo Chinatown,1974, di Roman Polanski), La meticcia di Sacramento narra di un inviato del Governo, il maggiore Cullicut, che si spaccia addirittura per…maestro elementare(!!), ed è  interpretato, come molti altri western precedenti e successivi (cfr. il ciclo Ranown di Budd Boetticher), dal roccioso, impassibile Randolph Scott, di solito tetragono al fascino delle donne della Frontiera, ma che, entrato nei panni di agente segreto, si trasforma in un autentico coureur de femmes, tanto da corteggiarne  due in contemporanea, la dolce Lora (Patrice Wymore), l’insegnante chiamata ad educare i bimbi locali, e la caliente Chona (Lina Romay, la “meticcia” dell’assurdo titolo italiano, era  figlia di un diplomatico messicano). L’alternativa per Cullicut, in precedenza seguace convinto della religione del Dovere, è secca: o lasciarsi sedurre dalla sensuale cantante del saloon, o innamorarsi, ricambiato, della maestrina, che si rivela abile nel maneggiare le armi. A contendergli le due donne è il capitano Roy Giles/Philip Carey, che, in quanto ex sudista, attira su di sé sospetti di tradimento. Il che risulta poi falso, ma l’ufficiale è vittima di un lacerante conflitto interiore circa la donna da amare. Le ferree regole del genere impongono che all’eroe Scott tocchi Lora, mentre il capitano deve accontentarsi della ballerina, uccisa nella sparatoria finale, come impone la morale (la morte lava ogni macchia) e la conseguente, rigida normativa dei generi. Filmetto a suo modo divertente, non dissimile né peggiore di tantissimi altri B-movies diretti da qualche artigianello al soldo delle Majors, La meticcia di Sacramento pone i suoi stereotipi in bella vista (da buona maestrina, la signorina Robert appare nell’inquadratura finale con una mela in mano, perfetto simbolo della scuola americana di ogni epoca). Nel prefinale i fan di Scott si godono una perla rara: l’attore appare a torso nudo, in verità segnato pesantemente dagli anni, mentre indossa gli abiti di un nemico per guidare un carro pieno di soldati all’assalto del covo dei ribelli.  

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