Archivio film Cinema News — 17 Giugno 2021

La legge del più forte di George Marshall

 a cura di Mario Molinari

Ciò che impedisce a George Marshall (1891-1975) di essere un mestierante hollywoodiano qualunque è la sua carriera mastodontica, simile a quelle dei grandissimi Ford, Walsh, Dwan. Con un pizzico di inventiva, ambizione, personalità e stile in più egli sarebbe oggi ricordato come un grande cineasta, e non come un semplice artigiano capace di giostrare tra molti generi senza particolari attitudini in nessuno di essi. Abile confezionatore di storie, ma solo con una buona sceneggiatura alle spalle, Marshall diresse nel 1939 la sua opera migliore, Partita d’Azzardo-Destry rides again con Marlene Dietrich e James Stewart, un western-commedia, cocktail assai difficile da dosare. Nei 30 anni successivi Marshall ne diresse altri 11, quasi tutti con venature comiche. Uno di tali western da ridere è The Sheepman-La legge del più forte (1958). All’epoca il film ottenne anche recensioni positive, ma nessuno notò i fili sottili ma reali che lo collegano al cosiddetto “ciclo Ranow”, sei western diretti alla grande da Budd Boetticher, sceneggiati da Burt Kennedy e interpretati da Randolph Scott. Il pistolero Jason Sweet (Mr. Okay da noi) si è dedicato per molto tempo alla caccia ai rapinatori che hanno ucciso in banca la sua fidanzata: li ha scovati e uccisi tutti, meno uno. Dopo questa vendetta letale (tema-cardine dell’opera di Boetticher), egli si è dedicato all’allevamento ovino. Questo antefatto è esposto da Glenn Ford a Shirley McLaine in un inusuale flashback orale, che contiene vari riferimenti a L’albero della vendetta e ai Sette assassini,ma gli manca un bad man col fascino diabolico di Lee Marvin (Pernell Roberts fa del suo meglio, ma non recita in una puntata di Bonanza). Il resto del plot è dedicato alla storica lotta tra pecorai e mandriani, assume spesso i toni della commedia, specie nel delizioso primo quarto d’ora del film, con l’arrivo in paese dello straniero, i primi duelli verbali coi vecchietti locali (guidati dal bravissimo Edgar Buchanan), l’acquisto di un cavallo, poi di una sella coi prezzi imposti dall’abilità dialettica del cliente, e la severa “lezione” al “duro” locale (Mickey Shaughnessy, presenza frequente tra i vilains del tempo) in un ristorante cinese, rissa che richiama quelle magistralmente orchestrate da Tay Garnett nei suoi film degli anni ‘40-‘50. Leslie Nielsen fa il cattivo, un grosso allevatore di bovini in rotta da sempre con Glenn Ford: gli irresistibili ruoli demenziali della maturità dovranno aspettare ancora un po’.

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