Cinema News — 14 dicembre 2012

Parte 2: da Twilight a Hunger Games

Il pregio di certi libri – commentava lo scrittore/professore Alessandro D’Avena su La Stampa del 3 luglio 2011 –, senza entrare nel merito dei contenuti, è aver appassionato alla lettura milioni di persone, nutriti da una cultura fatta per lo più di immagini”. Su questa citazione bisognerebbe aprire un dibattito ma essenzialmente ha ragione D’Avena: alcuni dei romanzi degli ultimi anni sono diventati inspiegabilmente dei best seller e questo perchè i lettori, soprattutto quelli giovani, di certi aspetti se ne infischiano; leggono e basta e, come diceva Pennac, i lettori hanno sempre ragione.

Come nasce un fenomeno? Prendiamo il caso della serie culto di Stephenie Meyer, Twilight: quattro volumi e venticinque milioni di copie vendute ma da un’analisi nemmeno troppo attenta dei romanzi si può facilmente evincere quali non siano state le caratteristiche che hanno concorso al successo della serie: certamente non l’intreccio scontato o l’irrilevante spessore dei personaggi, e nemmeno la prosa di basso livello; neanche l’intuizione, come tanti credono, dell’aver rivoluzionato la figura del vampiro – che se solo lo sapesse, Bram Stoker si rivolterebbe nella tomba – e averlo trasformarto da spietato azzannatore a timido baciatore, perchè quasi vent’anni prima della Meyer l’aveva già fatto l’autrice del ciclo “I diari del vampiro”, Lisa J. Smith. Cinematograficamente parlando, è la stessa cosa: come mai i film basati sulla saga di Twilight hanno sbancato i botteghini di mezzo mondo? Oltre ad avere svolgimenti praticamente identici – della serie visto uno, visti tutti –, non vantano altre peculiarità: non brilla la bravura degli attori, ad esempio, né l’avveniristico utilizzo degli effetti speciali (anzi, alla luce di Breaking Dawn part 2 ci si domanda come mai, in produzione multimilionarie di tale genere, si decida di lesinare proprio sugli effetti visivi).

Analoga sorte tocca alla fortunata trilogia di Hunger Games che, archiviati Harry Potter e più recentemente i vampiri, è destinata a prenderne il posto nelle platee: inizia col botto (Stephen King definì il primo volume “un romanzo che dà assuefazione”) e si rivela ben presto un totale nonché prevedibile piattume. Se il pregio principale dei libri, ovvero il principio ispiratore della metaforica ma dura critica nei confronti di un certo tipo di cultura televisiva e della strumentalizzazione delle emozioni in determinati contesti mediatici – un tema non del tutto nuovo, ma comunque adattissimo ai tempi –, ha potuto interessare anche i non giovanissimi lettori, viene ben presto lasciato da parte a favore del mix di buoni sentimenti stucchevoli, portati avanti anche a costo di ingarbugliare la trama e a tralasciare gli aspetti più stilistici della narrazione, che principalmente aiutano a vendere.

Nella pellicola (il primo dei film ha incassato 155 milioni di dollari nel weekend di apertura ed è entrato nella storia come terzo miglior esordio di sempre), invece, si fa l’operazione contraria: via le stucchevolezze per appassionare anche un pubblico più adulto ma la drammaticità – a questo punto, l’elemento più interessante – viene compromessa dalla decisione di depurare il film dalla componente di violenza (il fulcro degli Hunger Games sono ventiquattro adolescenti costretti a uccidersi l’un l’altro in diretta tv) a favore di uno scorrimento che diventa quasi asettico, senza ritmo e con pochissima azione.

Alcuni dicono che a rendere Twilight un cult sia stato l’eterno topos dell’amore contrastato e c’è chi sostiene che la forza di Hunger Games risieda proprio nella piacevole novità del non essere stato, a differenza della saga della Meyer, indirizzato prevalentemente ad un pubblico femminile. Demolire certi libri o certe pellicole è fin troppo facile, quel che importa allora è domandarsi come possono delle, essenzialmente, mediocrità – riconosciute tali – diventare dei fenomeni così apprezzati.

 Laura Perina

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