Cinema News — 02 luglio 2013

Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza è il più clamoroso esordio italiano degli ultimi anni. Presentato a Cannes alla Semaine de la Critique ha vinto il Gran Prix e il Prix Rivelation de la Semaine.

La gestazione di questo film è stata lunga e complessa. Salvo è la conclusione di un lavoro durato dieci anni che ha compreso un corto dal titolo Rita e vari rimaneggiamenti, anche se il nucleo centrale della storia è rimasto inalterato.

Il film, voluto e supportato dal Torino Film Lab, ha faticato molto a trovare i finanziamenti necessari per la sua realizzazione, alla fine i francesi hanno dato una mano e il film ha, finalmente, visto la luce.

Ma veniamo alla storia: Salvo è un killer di mafia freddo, spietato e preciso. L’incontro con Rita, sorella cieca di una delle sue vittime, rimetterà in discussione la sua stessa l’esistenza .

Iniziamo con l’affermare che Salvo non è un film di mafia, certo la mafia è presente, ma non è il fulcro che manda avanti la storia. Sappiamo di essere a Palermo, ma la città rimane in secondo piano. A fare la città sono i personaggi che la animano: grotteschi omuncoli (Luigi Lo Cascio in un, come sempre, straordinario e amichevole cameo) e gioventù di quartiere connivente e destinata alla malavita.

Quindi, Salvo è la storia di due esistenze, di due mondi e due modi di vedere e percepire quello che ci circonda.

C’è Salvo che nella prima parte del film non viene mai svelato, ma viene sempre rappresentato di spalle e con strettissimi primi piani fissi sugli occhi. E poi c’è Rita, la macchina da presa indugia sul suo corpo e lo segue tra carrellate vertiginose e primi piani autentici. Noi diventiamo Rita.

E il rapporto fra i due, nella lunga e sontuosa sequenza nella casa, diventa una danza tra svelamenti e chiusure.

Caratteristica fondamentale del personaggio di Salvo, ma in generale di tutto il film, è il rapporto tra silenzi e parole. In questa dualità abbiamo Salvo, uomo silenzioso e d’azione; parla poco, ma quando parla le sue parole hanno un peso imprescindibile. Dall’altro lato abbiamo la figura del boss che parla, parla, pontifica, racconta, ma percepiamo che le sue sono parole false che celano il marcio e il vuoto di un’esistenza misera al servizio di un’arida sete di potere.

La cifra stilistica dei due registi palermitani è ben definita, autoriale ed estremamente originale. La loro è un’estetica rigida, audace e coinvolgente.

Grassadonia e Piazza riescono ad avere una totale padronanza della storia che si permettono di saltare da un genere all’altro con coerenza e rispetto, senza sfondare nel parodistico o nello sterile omaggio: si passa dal noir, al western alla Sergio Leone, ai film di John Woo.

Da premiare e sottolineare il coraggio di aver scelto due protagonisti non siciliani: il palestinesi Saleh Bakri, già visto in Il tempo che ci rimane di Elia Sulemain e Sara Serraiocco, quest’ultima alla prima prova su grande schermo, con la quale è stato fatto un lungo ed estenuante lavoro di preparazione. La giovane Sara è stata costretta a vivere bendata per settimane per sperimentare il mondo conosciuto e percepito da un non vedente.

Ma ne è valsa la pena, perchè Salvo è un altro film italiano di cui essere fieri.

Voto: 8


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