Eh si purtroppo il pubblico devoto al rituale dell’horror di Halloween, rituale cinematografico che si ripete una volta all’anno come la pochade natalizia(ormai parlare di cine-panettone sarebbe anacronistico!), si aspetta di consumare il solito “Trick or Treat movie” composto da prevedibili ingredienti: zucche in giardino, bambini americani vestiti in maschera, fantasmi e mostricciattoli assortiti.

Anche “Scary Stories To Tell in the Dark” parte in questa maniera, puntando su un umorismo infantile a base di scherzi scatologici ma il clichè scompare dopo i primi 15 minuti di proiezione.

André Øvredal non rinuncia al genere anzi ci lavora all’interno, dando un colpo di spugna alla previdibilità narrativa e sintomatica del prodotto.

Il teen-horror è ormai risucchiato nel turbillon revivalistico degli anni 80(vedi alla voce IT di Andy Muschietti), mentre qui siamo nel 68 e si respira a pieni polmoni il clima storico-politico dell’epoca, dietro alle scorribande notturne dei giovani protagonisti si stagliano minacciose le ombre caligariste di Nixon e del Vietnam.

“Scary Stories To Tell in the Dark” parte proprio dall’idea di restaurazione del racconto di paura, risalendo al folklore ancestrale di Tales & Legends che riguardano tanto la soggettività dei protagonisti, che la collettività identitaria di un popolo (quello americano) fondato sull’oralità del racconto mitico.

Questo sovrapporsi tra pubblico e privato implica anche una modificazione delle esistenze dei protagonisti all’interno dell’affresco storico-politico, in cui ognuno ha il proprio destino scritto con il sangue all’interno del grande libro delle leggende di cui il popolo americano si alimenta da secoli.

Ecco si potrebbe parlare di una visione secolare dell’America, nella quale Øvredal ricerca le origini che si nascondono dietro la mitopoiesi.

Nodo gordiano della vicenda è la sequenza al drive in durante la proiezione di La notte dei morti viventi di Romero(opera cardine del 68) e davanti alla ferocia bianconera del capolavoro romeriano la giovane Stella Nicholls (un’intensa Zoe Margaret Colletti) piange (ri)pensando ai drammi personali. Ma le sue lacrime preannunciano anche il dolore generazionale dell’era Vietnam e del razzismo dilagante, il dolore di un’America vulnerabile e preda della violenza di Stato.

voto: 7 1/2

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