Archivio film Cinema News — 26 settembre 2015

La pellicola Second Chance (2014) di Susanne Bier, passata al Torinofilmfest 2014, è un thriller psicologico che va ad indagare i meccanismi mentali della perdita di un figlio. La cineasta scandinava attiva il perturbante cinematografico del dolore, in un film in cui una coppia borghese è messa a confronto con una di tossicodipendenti in cui la violenza verbale e fisica la fa da padrona. Due estremi della società messi a confronto: chi potrebbe essere il genitore migliore? I corsi sulla genitorialità oggi hanno un senso? Davvero qualcuno ci può insegnare ad essere parenti? Susan Bier tocca temi scottanti: la genitorialità e il senso della paternità e il pregiudizio che un figlio possa crescere bene in contesti fortemente strutturati, scardinando lo stereotipo che la violenza e il degrado è presente solo in condizioni di povertà. La sensibilità della Bier svela l’arcano e ci inoltra in un giallo atto a scoprire la natura umana ambivalente e il confine tra violenza, amore eccessivo, follia e equilibrio è davvero labile. Entrambe le coppie si ritrovano a nascondere alla comunità la mancanza di un figlio, a recitare perché la perdita della prole non è socialmente accettabile. I crudi primissimi piani si alternano in modo da entrare nella psiche del personaggio guidandoci a dipanare la matassa per decretare qual’è lo stile di vita più “sconveniente”. La figura del bambino malnutrito, sporco e addirittura cadavere è lo spauracchio della classe tradizionalista e ci ricorda il bambino trascurato e mummificato di Traispotting (1996) di Danny Boyle, un immagine che va a scavare nelle paure più recondite dell’essere umano.

Il cinema ha il dovere morale di scuotere le coscienze, ha l’obbligo di condurre lo spettatore alla verità, svelare la zona grigia dove non è mai tutto bianco o nero in cui le risposte hanno il sapore delle domande. Pellicola sapientemente diretta da Susan Bier che ci regala uno spaccato di reale ammiccando al cinema antinarrativo e rimanendo in bilico tra sogno e realtà. Spesso lo spettatore sente gli eventi nella propria pelle anche se non vengono mostrati ma d’altronde potrebbero essere dei collegamenti ipertestuali filmici. I personaggi oltre ad essere delineati abbastanza bene sono portatori di un immaginario ben preciso. Un film che ammicca alla serialità televisiva, in cui La Bier pone un macigno sul politicamente corretto nella famiglia dei nostri tempi.

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