Archivio film Cinema News — 19 febbraio 2014

Titolo originale: Smetto quando voglio
Regia: Sydney Sibilia
Soggetto: Originale
Sceneggiatura: Sydney Sibilia, Valerio Attanasio, Andrea Garello
Cast: Edoardo Leo, Valeria Solarino, Stefano Fresi, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Neri Marcorè
Fotografia: Vladan Radovic
Montaggio: Gianni Vezzosi
Scenografia: Alessandro Vannucci
Musiche: Andrea Farri
Produzione: Domenico Procacci, Matteo Rovere
Distribuzione: 01 Distribution
Nazionalità: Italia
Anno: 2014
Durata: 100 minuti

 

Un gruppo di (più o meno) giovani ricercatori, stufo dei soprusi subiti dal sistema universitario italiano che non valorizza lo studio e la ricerca (per lasciarli sulla strada alla ricerca di un modo per sbarcare il lunario),  decide di prendersi la rivincita creando una nuova smart drug – ovvero una droga legale – che diventerà subito la protagonista della movida notturna, facendo piovere tanti soldi sui protagonisti, al punto da cambiare il loro stile di vita.

Un esordiente regista salernitano porta sul grande schermo una pellicola davvero vincente e che sicuramente gli varrà un’inaspettata fama. Il cast è di umile origine (a parte per Valeria): volti più o meno già visti sullo sfondo in tanti altri filmetti italiani e magari in qualche serie televisiva o film-tv. Eppure, ogni singola interpretazione meriterebbe che si sapesse qualcosa di più di questi attori.

Il film non è certo di quelli mai visti prima: palesi sono i richiami a opere recenti del piccolo e del grande schermo. Innanzitutto, il filone dello spaccio di droghe caserecce viene dalla rumorosissima serie tv americana Breaking Bad; anche le idee della “banda” e dei soldi facili sono viste e riviste al cinema, così come il dipingere allegramente un contesto abbastanza immorale. L’intera opera si rifà ad un mix tra la trilogia di Soderbergh sulla banda di Danny Ocean e quella degli scapestrati festeggiatori di addii al celibato di Una notte da leoni; inoltre, Stefano Fresi è palesemente un Zach Galifianakis made in Italy. Le modalità di ripresa (molto belle le scene iniziali dall’alto, eseguite unendo le riprese di un dolly con quelle effettuate da un drone), le inquadrature, la scelta di un certo tipo di musica, che mantiene sostenuto il ritmo del film, sono tutte ispirate da queste muse.

La storia già un po’ vista viene però calata in un nuovo contesto: Roma e – più in generale – l’Italia. I personaggi, i luoghi e i dialoghi si rifanno tutti ai giorni nostri, dove i problemi dei trentenni laureati che non trovano un giusto impiego sono reali. L’ironia e le parlate sono tutte di stampo romanesco, e fanno ridere di conseguenza. I soprusi accademici sono quelli dell’università La Sapienza, primo ateneo italiano e, par excellence, emblema del sistema universitario nazionale. I protagonisti sono esilaranti nella loro assurdità, ma ci lasciano il dubbio che forse esitano davvero.

In sala si ride molto e di gusto. Quest’opera dimostra come non sono solo i soliti noti a saper ottenere un buon risultato, ma – con le idee giuste – si può fare la stessa cosa. Sydney Sibilia, un po’ come i personaggi da lui raccontati, si può dire ce l’abbia fatta ad emergere in questo paese ingessato e prevenuto, mentre Domenico Procacci (non certo uno arrivato ieri) ha dimostrato di avere fiducia in un esordiente, concedendogli la sua fiducia. Un ottimo esempio da seguire per rilanciare l’arte cinematografica.

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