Archivio film Cinema News Registi — 17 giugno 2017

Titolo: Song to Song
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Montaggio: Ace Keith Fraase, Hank Corwin, Rehman Nizar Ali
Musica: Lauren Marie Mikus
Scenografia: Jack Fisk
Interpreti: Rooney Mara, Ryan Gosling, Cate Blanchett, Michael Fassbender, Natalie Portman
Produzione: Buckeye Pictures, Filmnation Entertainment, Waypoint Entertainment Distribuzione: Lucky Red
Distribuzione: Lucky Red
Origine: USA
Anno: 2017
Durata: 129 minuti

 

Di canzone in canzone si muove la protagonista dell’ultimo film di Terrence Malick, Faye (Rooney Mara), aspirante cantautrice che è arrivata ad Austen in cerca di successo; ma il suo, viene dichiarato fin da subito, è un movimento solo apparente e illusorio, di fatto – al contrario – una stasi e un’impasse. La ragazza inizia una relazione con il produttore Cook (Michael Fassbender), opponendo al freddo egoismo dell’uomo un sentimento evanescente e, in ultimo, interessato. Si invaghisce poi di BV (Ryan Gosling), un giovane musicista, mosso da un affetto sincero nei suoi confronti, e con lui sembra trovare una certa armonia nonostante la presenza ambigua di Cook, che non esce di scena neppure quando la bella cameriera Rhonda (Natalie Portman), una ragazza ingenua e fragile, si innamora di lui.
Sono queste le intricate coordinate sentimentali del (non)racconto di Malick, che optando ancora una volta per le fascinose scelte estetico-stilistiche che avevano caratterizzato il meraviglioso The Tree of Life, riflette qui sulla precarietà dei sentimenti ma anche – come avveniva nel precedente Kinght of Cups – sulla vacuità scintillante e ingannevole del mondo dello spettacolo in senso lato.
Come sta accadendo ormai da diversi anni, il cinema di Malick anche stavolta ha diviso critica e pubblico: gli estimatori fedeli ne esaltano tendenzialmente proprio quelle peculiarità su cui i detrattori puntano il dito, accusando il regista americano di muoversi da troppo tempo ormai entro lo stesse traiettorie, che travalicano completamente gli schemi del cinema inteso – in un senso inevitabilmente restrittivo – come narrazione consequenziale di eventi e/o spazio d’azione per un personaggio di cui lo spettatore è tenuto a conoscere, in maniera chiara e inequivocabile, le ragioni, le intenzioni, i sentimenti.
E’ innegabile che gli ultimi film di Malick siano per lo più filiazioni dell’opera che ha meritato la Palma d’Oro a Cannes (The Tree of Life), ovvero che soprattutto per quello che riguarda la ricerca estetico-linguistica questi si nutrano, vistosamente, delle suggestioni e delle precise scelte espressive che hanno caratterizzato il film precedente, forse inarrivabile per impatto visivo ed emotivo.
Tuttavia, fintanto che non si è disposti ad allargare le proprie categorie di pensiero, il cinema di Malick resterà ineluttabilmente impenetrabile. Perché non è, e non sarà mai, riducibile a un oggetto etichettabile e rassicurante per lo spettatore, perché – in linea con il discorso portato avanti dalle avanguardie che da sempre hanno disobbedito, decostruito e rinnovato rigettando e combattendo il noto per l’ignoto – il suo non è un cinema che intende offrire risposte, ma all’opposto un cinema che sceglie di porre domande: sul nostro modo di rapportarsi al mondo, all’altro e al cinema stesso.

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