Archivio film Cinema News — 09 Gennaio 2020

Un “Ghostbusters” alla vaccinara, così potrebbe essere definita aprioristicamente l’ultima opera registica di Christian De Sica per via della propensione al turpiloquio e alla grevità comica che da sempre permea il suo cinema.

In realtà l’operazione è molto più interessante di come appaia in superficie, in quanto il rampollo di Vittorio fa i conti con due elementi fondativi del genere comico, lavecchiaia e la morte.

Sono solo fantasmi è il primo film di De Sica che non riflette sulla doppiezza sessuale e sul travestitismo, restando fermo al travestimento quale mezzo di derisionedel corpo, e in cui l’autore/interprete si mette in scena nella propria caducità comica(con rughe e doppio mento in bella vista!).

Christian nei panni di Thomas, prestigiatore fallito che richiama ironicamente Giucas Casella, mette in scena la decadenza della propria maschera, creando unsottofondo di patetismo amarognolo atto a testimoniare lo scarto avvenuto tra il suo ultimo character e i precedenti piacioni fedifraghi delle “Vacanze di Natale”, anzi ne è la diretta conseguenza, la sua legge del contrappasso, un’esausta e immalinconita stonatura del suo eterno cliché.

Non è casuale che Napoli sia la cornice in cui si svolge questa farsa sui fantasmi, una Napoli impastata di umori e tribalismi oscuri in grado di far precipitarela commedia in una dimensione misterica, creando una trasfigurazione degli elementi parodici in una seria riflessione sulla morte e l’orrore per la putrefazione dei corpi.

Il film poggia sulla struttura tipica della commedia partenopea alla Scarpetta o alla Eduardo, la superstizione, l’equivoco, l’eredità parentale, con una direzione(volutamente?)sgangherata vicina all’artigianato naif delle vecchie commedie d’avanspettacolo(e non venitemi a dire che i vari Bianchi Montero e Simonelli avessero una maggiore propensione per il comico!).

Christian ritrova le origini paterne cantando “O Sole mio” sul taxi e nel fantasma di papà Vittorio, come uno strepitoso Carlo Buccirosso milanesizzato recuperala verve dei primi film con  Salemme.

Ebbe si un film naif e abborracciato ma anche a suo modo coraggiosamente e sfrontatamente maudit nelle incursioni horror non semplicemente ridanciane, con unosfaldamento quasi inquietante della corporalità sospesa tra scatologia ed escatologia.

Giammarco Tognazzi fratello sensitivo creduto pazzo da una lezione di misurata follia, e quando il film impenna sul versante più sboccato De Sica vi mette autoironicamente ilfreno: “Signora non mi scivoli sul pecoreccio!”.

C’è più Napoli qui che in quella velata di Ozpetek.

voto: 6 1/2

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