Archivio film Cinema News — 03 febbraio 2018

È una visione (o una infatuazione) quella che ebbe Elio Perlman (di anni 17 ed interpretato da Timothée Chalamet) nella travolgente estate del 1983. Una visione celestiale, ellenica e fuori da ogni concezione umana tale da oltrepassare le mura del tempo e della spazio. Una visione che non si scorda facilmente o forse no? Una visione talvolta sussurrata dalle note di Sufjan Stevens, soprattutto nel finale (commovente) che diventa la voce narrante della storia. Come se fosse la necessaria continuazione di un’estate che deve ancora arrivare e chissà se poi alla fine arriverà mai. Solo il tempo può prendere tale decisione.
Ma quale visione ha avuto il nostro protagonista tanto da rendere “rovente” un’estate pressoché identica alle altre (come ci spiega lo stesso Elio nelle battute iniziali)? Forse è entrato in contatto con una figura greca, imponente, di sconvolgente bellezza e dal passato misterioso che è arrivata e poi quasi per magia è scomparsa lasciando solo dolore e rabbia? Una figura che non fa parte nemmeno del capitolo più eccitante dell’ultimo libro letto dal giovane rampollo americano. Una figura perfetta sia nelle sue movenze che nel suo modo di aprirsi al mondo. Capace di dare importanza ad una parola di uso comune come “Later”. Del resto del domani (o del “dopo” in questo caso) non vi è certezza.
La figura emblematica, meglio conosciuta come Oliver (interpretato da Armie Hammer) è di anni 24, corrisponde precisamente all’identikit di quell’attimo fuggente, di quella ossessione perversa, di quella voglia di sfidare le circostanze di un’epoca. Di rendersi finalmente liberi e di affrontare la realtà dei fatti. Una realtà ingiusta e incapace di vedere cosa c’è al di là dell’impossibile, fermandosi inequivocabilmente sul possibile. Una possibilità che viene purtroppo ostacolata ed infine negata.
Oliver (detto “l’usurpatore”), arrivato lì quasi per caso e per proseguire il suo percorso di post dottorato, in una zona dell’Italia settentrionale (più precisamente Crema e provincia), non sa e forse non saprà mai quanto conterà per Elio quell’incontro-scontro. Può solo immaginare cosa ne sarà della sua vita dopo aver pronunciato per l’ultima volta “Later”. Segno indistinguibile di compiaciuta spontaneità, come se gli dovesse essere concessa l’immunità dal prendere scelte o vie di per sé sbagliate.
L’amore sbocciato fra i due è un amore proibito, disinteressato degli eventi e consapevole di non appartenere a questo mondo. A Elio ed Oliver interessa solo condividere quel momento, quell’istante – seppur fugace – ma allo stesso modo intenso ed appagante. Due opposti che si attraggono e si respingono, (Elio e la sua relazione di ripiego o alternativa, con una ragazza francese di nome Marzia, n’è un valido esempio) ma a loro va bene così. Fa parte del gioco di coppia.
Niente sembrerebbe scalfire la loro struggente (nel senso più positivo del termine) relazione, nemmeno i genitori di Elio (molto probabilmente ben consci della relazione “segreta”), neppure quei pochi amici, la folkloristica famiglia italiana, gli abitanti di Crema e dintorni. E allora cos’è quel goccio d’acqua che ha fatto traboccare il vaso? Se ne potrebbero fare molte di ipotesi, ma solo e soltanto una è quella (per chi scrive) la più fondamentale ed è riconducibile a quel “Later” pronunciato più volte dallo stesso Oliver. Un domani sempre più incerto è il loro unico vero ostacolo. Verrebbe da aggiungere solamente: “Non vi sembra ineducato come dice Later? Arrogante”.
Nel mentre in una lussuosa villa, da qualche parte del nord Italia, si susseguono a rotazione personaggi ed episodi sconnessi con la storyline principale, facendoci così distogliere lo sguardo (è piuttosto difficile credere a ciò, ma è proprio così) per un attimo dai nostri amanti. Ma ciò non è del tutto vero, perché comunque in un certo qual modo le loro “anime” aleggiano incessantemente nella villa. Come se si sdoppiassero nel momento in cui non sono più in scena. In mostra oserei dire.
I due si chiamano per nome, non perché disprezzino la parola amore contestualizzata in questo preciso ambito o per chi sa quale altra diavoleria, ma perché semplicemente il loro è alla base un rapporto di amicizia quasi fraterna. Non a caso in una delle canzoni scritte da Sufjan Stevens, (“Mystery of Love” e “Vision of Gideon” inedite e composte appositamente per il film di Guadagnino, mentre “Futile Devices” era già preesistente, l’ha solo arrangiata per l’occasione) per la precisione in “Futile Devices” viene ben esplicitato il concetto di fratellanza, di reciproca amicizia. Il cantautore statunitense in una strofa dice così: “I think of you as my brother. Although that sounds dumb. And words are futile devices”. Elio considera Oliver come un fratello maggiore e Luca Guadagnino (regista del film) non smette mai di ricordarcelo, perché il loro rapporto deve essere al centro di tutto. Vi è anche una accennata attenzione su un substrato politico e sociale (il pranzo con la famiglia italiana, con annessa la discussione su Craxi, l’immagine ritrovata di Mussolini e c’è anche per qualche secondo un incontro a distanza con Beppe Grillo) che fa quasi da sfondo alla narrazione principale.
E si, l’ultimo lavoro del regista di origini siciliane, è anche solidamente impiantato in un contesto socio-culturale ben specifico: i favolosi anni 80. Si rivivono le gioie e i dolori di quegli anni nevralgici, che cambiarono una nazione intera. Un periodo storico per l’Italia di massimo splendore, nel quale la vita sembrava all’apparenza meno cara e la cultura veniva ancora considerata come bene essenziale di cui usufruirne.
In quell’estate del 1983 non c’è spazio per ricordi passati, tutto è vissuto nel presente (a differenza del libro di André Aciman, da cui è stato tratto l’omonimo film), tutto fa parte di quella stagione dell’anno. E tutto quanto rimarrà in quell’estate. L’unica cosa che persisterà nel tempo e nello spazio sarà il non essersi spinti per paura e per poco coraggio al di là della libertà. Al di là della vita.
Sogni e desideri vanno in frantumi alla dipartita di Oliver, Elio deve inevitabilmente voltare pagina ed aprire un nuovo ciclo della sua vita. Il passaggio dall’estate all’inverno avviene forse fin troppo frettolosamente, non c’è neanche il tempo per un ultimo saluto, un ultimo abbraccio ed un ultimo bacio. Il tempo dimentica, ma Elio e il suo status di adolescente curioso non dimenticano ciò che c’è stato. Ciò che ci sarebbe potuto essere. E ciò che non ci sarà mai più.
È andato come dove andare, come da protocollo, l’estate finisce (e un anno se ne va per parafrasare la canzone dei Righeira) e con essa si porta tutti gli strascichi. Lasciando un vuoto incolmabile, ma forse sia Elio che Oliver già sapevano dal principio che la loro relazione avrebbe avuto una fine, come del resto in tutte le storie più belle d’amore.
Chiamami col tuo nome però non è un film destinato esclusivamente ad un pubblico omosessuale, ma è rivolto ad un pubblico più ampio, e Guadagnino stesso l’ha definito un film per tutti. Per famiglie insomma. Questo è quasi sicuramente uno dei punti di forza del film candidato a quattro premi Oscar (miglior attore protagonista: Timothée Chalamet; miglior canzone originale: Mystery of Love; miglior film e miglior sceneggiatura non originale: James Ivory, che fra l’altro doveva essere il regista del film, poi successivamente passato nelle mani di Guadagnino).
L’essenza del film nella sua totale bellezza la possiamo ritrovare forse nella chiacchierata fra Elio e suo padre Mr. Perlman (Michael Stuhlbarg), il padre rivela a suo figlio un’importante verità, quello che conta alla fine dei giochi è il volersi bene reciproco.
Un miracolo sembrerebbe l’ultima fatica di Guadagnino, invece è stato il suo passato filmico che gli ha permesso di perfezionare tutte le sue stonature e rendere intrigante una storia d’amore come tante altre.
Omaggiando i suoi padri putativi (Renoir, Rivette, Rohmer, Bertolucci e Pialat), rende lode a sua volta un cinema che non esiste più, un cinema ricolmo di fascinazione per lo splendore della natura e dell’arte. Un cinema innamorato perdutamente del mezzo cinematografico. Un cinema che non smette di sognare e di far sognare.
Film dall’impianto americano – ma attento a descrivere un’Italia ormai remota e sommessa – fa riscoprire una parte di essa tenuta per anni nascosta in tutta la sua magnificenza.
“Chiamami col tuo nome” è un percorso ciclico come la vita e non resta che aspettare la prosecuzione di questa entusiasmante estate. Per riviere ancora una volta le stesse emozioni. Per sentire Elio e Oliver pronunciare le seguenti parole: “Chiamami col tuo nome ed io ti chiamerò col mio”. O più semplicemente Elio e Oliver o Oliver e Elio.

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