Interpreti:Timothée Chalamet: Elio Perlman
Armie Hammer: Oliver
Michael Stuhlbarg: Sig. Perlman
Amira Casar: Annella Perlman
Esther Garrel: Marzia
Victoire Du Bois: Chiara
Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
Montaggio: Walter Fasano
Musiche: Sufjan Stevens
Scenografia: Samuel Deshors
Costumi:Giulia Piersanti
Anno: 2017


Dì che mi amerai di colpo o corruzione
soffiando il cuore infiammandomi il polmone
un segno sulla coscia la tua bocca migliore
e il cuore che divori come un pugno di more
(Enzo Carella - Malamore)


Nel cinema di Luca Guadagnino c'è una continua inerzia dei corpi attratti-respinti nello spazio che li contiene, spazio chiuso-aperto che
decide per loro facendoli agire o non agire. Prima ingenuamente estatici, larve familiari con voglia di gridare: Noi siamo l'Amore, poi 
pigramente allungati verso uno Zabriskie Point siciliano,quale decostruzione di un rosselliniano Viaggio in Italia, ora figli delle stelle
e pronipoti di sua maestà il denaro.

Elio e Oliver sono figli degli anni 80, schiacciati tra le costole dorate di una società edonista e monetaria di cui il maturo Oliver 
rappresenta il lato più calcolato e disilluso, mentre il giovanissimo Elio quello più spensierato e sognatore. Due metà speculari che
decidono ognuna di chiamarsi col nome dell'altro, per un pieno completamento.

Con Chiamami col tuo nome il cinema di Guadagnino raggiunge un grado di pulizia e compiutezza estetico-formale davvero ammirevole, facendo
definitivamente piazza pulita dei detriti filmici che incrostavano le sue opere precedenti. Non più long take frigidi e galeotti del
déjà-vu ma pienamente liberati, in grado di esprimere al massimo il proprio significante, pur mantenendo l'aura di un religioso richiamo
al "classico".

Non c'è più nessuna rincorsa affannosa all'effetto emotivo o alla tensione erotica, qui estasi e turbamento sentimental-sessuale si
espletano con timido vigore, sgorgando naturalmente dai pori della storia e dei corpi. A volte la passione si intravvede solo o si
percepisce tra i pizzi invisibili del "film in costume".

Si perchè prima di tutto Call Me by Your Name è uno splendido "film in costume", di tale genere possiede il ritmo, le pose plastiche dei
corpi e gli sguardi, è ivoriano fin nelle luci en plein air e non solo nella scrittura. Oltre alla patina calligrafica(in senso positivo
ovvio) riesce ad essere spudoratamente e oscenamente romantico("Siamo tutti osceni, il mondo è osceno, ma ci amiamo tutti ugualmente!"
dice Ralph Fiennes in A Bigger Splash) tra polluzioni bertolucciane all'ombra della Storia e pomiciate estive che possiedono la vena
nostalgicamente naif dei primi Vanzina.

Tilda Swinton era lo spettro impazzito della Bergman toccata dalla grazia, spirito tristemente afono attorno al quale tutto era silenzio
di morte, "Tu non esisti!" le diceva Pippo Delbono nel finale di Io sono l'amore.

Con Oliver e Elio si torna invece alla beata goffaggine adolescenziale in cui il corpo eccede la persona, come in Melissa P.("Sentivo il 
mio corpo più di prima").

Melissa P. è un opus acerbo e ridicolo, scritto male e odoroso di uniposca scarico e giovani fluidi corporei, eppure era già l'embrione
tumido di questo suo ultimo film vivo, vitale, palpitante.

Non bisogna però cadere nell'errore di bollare Call Me by Your Name come opera giovanilistica, perchè il suo essere eterno cheek to
cheek caldo-romantico tra Pinoteau e i Vanzina, lascia anche il collo scoperto alle abrasioni mèlo sia familiari(non più zombesche e 
decadenti) con il toccante dialogo paterno nel pre-finale e il bruciante sguardo conclusivo perso nel fuoco di una passione finita(?).

Lo sguardo finale di Elio è spinto oltre le immagini-ricordo, è stato un video?(come suggerisce il commento
musicale di Sufjan Stevens). Guadagnino ci lascia sprofondare nel meraviglioso dubbio di aver assistito alla proiezione idealistica di un
amore.

Dì che mi amerai da pazzi o confusione
stordendo il nervo il pensiero va in canzone
la mano nella pelle il tuo corpo migliore
e il fiore che si secca nell'occhiello del cuore
(Enzo Carella - Malamore)

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