Archivio film Cinema News Registi — 10 Febbraio 2019

Titolo: Il corriere (The Mule)
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Nick Schenk
Cast: Clint Eastwood (Earl Stone), Michael Peña (Agente Treviño), Bradley Cooper (Colin Bates), Laurence Fishburne (Agente Speciale Capo), Dianne West (Mary), Andy Garcia (Laton), Ignacio Serricchio (Julio), Alison Eastwood (Iris), Taissa Farmiga (Ginny)
Musiche: Arturo Sandoval
Costumi: Deborah Hopper
Fotografia: Yves Bélanger
Montaggio: Joel Cox
Produzione: Tim Moore, Kristina Rivera, Jessica Meier, Dan Friedkin, Bradley Thomas
Nazionalità: Usa
Anno: 2018
Durata: 116 minuti
Dopo i toni patriottici del criticato 15:17 – Attacco al treno (2018), Clint Eastwood accetta di tornare davanti e dietro la cinepresa con Il corriere, regalandoci un film che rinverdisce i fasti di Gran Torino (2008). Ci sono dei tratti comuni tra i due protagonisti che Eastwood sceglie di interpretare: entrambi sono degli anziani veterani di guerra, entrambi sono burberi e un po’ caratteriali, con pessimi rapporti con la famiglia. Qui finiscono le similitudini, perché nel caso de Il corriere il personaggio di Earl Stone è ispirato a una persona vera, un novantenne americano che veramente fu un “mulo” – un trasportatore di cocaina – per il cartello della droga di Sinaloa, tanto che la sua storia finì sulle pagine del New York Times. Una manna per l’ottantottenne Clint, perfettamente a suo agio nei panni di un uomo solo, che sorride poco al mondo.
La storia inizia con Earl nei guai. Da tempo coltiva fiori e frequenta concorsi dove le sue creazioni sono pluripremiate, ma con la crisi finisce sul lastrico. La banca gli requisisce la sua vecchia casa e il vivaio, e all’anziano coltivatore non resta che il suo vecchio furgone malandato. Da tempo la moglie Mary lo ho cacciato di casa, stufa delle sue assenze e dei suoi tradimenti, e la figlia Iris (Alison, figlia di Eastwood, che per la prima volta recita in un film del padre) non gli rivolge la parola. Solo la nipote Ginny (Taissa Farmiga, sorella di Vera) tiene i rapporti con il nonno. È proprio in occasione delle nozze della ragazza che Earl si imbatte in un messicano che gli fa una profferta di lavoro.
L’anziano veterano, eroe della patria, con il suo vecchio furgone è il perfetto insospettabile per effettuare dei trasporti di droga. Il lavoro si rivela facile e divertente: la droga viene caricata in un’officina meccanica, al riparo da occhi indiscreti, e consegnata in un motel. A ogni ritiro delle borse zeppe di cocaine, Earl si ritrova una busta nel cruscotto, piena di dollari. L’anziano diventa d’improvviso ricco: finanzia il party della nipote, riscatta la sua proprietà ripagando il debito alla banca e salva dal fallimento il bar dei veterani che frequenta. Si concede persino qualche vizietto: prostitute in camera allietano i suoi lunghi viaggi on the road. La scena madre è la grande festa nella villa messicana del boss Laton (Garcia), che lo invita perché vuole conoscere di persona il suo mulo così efficiente. E qui Clint esagera, creando una fantasmagorica atmosfera da party stile anni Settanta, con prostitute in topless che lo inseguono in camera, una scena tutto sommato ridicola, se non patetica.
È solo una parentesi, però. L’anziano corriere, pedinato dai messicani perché non faccia passi falsi, trasgredisce le regole per correre al capezzale dell’ex moglie malata, ed è l’inizio della fine della sua carriera. Sulle sue tracce, ci sono non solo i messicani furibondi ma anche gli agenti della DEA, capitanati da Bates (Cooper). Un film firmato da Eastwood non può che finire con un trionfo della giustizia. Ne Il Corriere c’è anche una concessione ai buoni sentimenti, perché non è mai tardi per pentirsi dei propri errori.
La sceneggiatura presenta qualche buccia di banana, che forse vuole spingerci a sorridere ma non ci riesce. Se l’imbranataggine di Earl con l’uso del cellulare funziona, ci sono altri momenti poco credibili (per esempio, quando l’anziano corriere riesce a togliersi di torno un agente dandogli dei popcorn, o quando depista il cane antidroga a un controllo). Piccole défaillance che dieci anni fa, in Gran Torino, non c’erano, ma concediamo a Eastwood l’attenuante dell’età, che c’è e si vede. Nel complesso è un film che rimane piacevole fino alla fine. C’è da domandarsi se sarà l’ultimo di Clint nella doppia veste di regista e protagonista.

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