Cinema News Registi — 12 Febbraio 2019


                            “Non m’interessa chi ha torto o ragione 
                            Sul serio non voglio più litigare 
                            Troppo parlare 
                            Dormiamoci su stanotte 
                            Sul serio non voglio più litigare 
                            Stanca di tutti questi giochi” 

                                        TINA TURNER 

Il tempo non si compra. Giunto alla trentottesima fatica e a metà strada tra biopic e road movie (generi, peraltro, a lui congeniali), Clint Eastwood fa i conti con l’esistenza e il passare degli anni, i sacrifici e gli egoismi d’una vita spesa per il lavoro anziché per la famiglia, e con una modernità che senza Internet non saprebbe a quale santo votarsi. Nel contempo il granitico attore-regista ridiscute il (ruolo del) suo cinema, sullo sfondo d’una produzione in cui la concezione di “mito” pare non aver più il margine di un tempo. Non a caso, dieci anni dopo Gran Torino, Clint torna ad essere interprete d’un suo prodotto, calandosi nel ruolo di un novantenne ex veterano del Secondo conflitto che accetta di far da corriere per il cartello di Sinaloa, e – complice l’aiuto dello stesso sceneggiatore Nick Schenk – ne cambia i nomi e ne traspone la vicenda, documentata dal giornalista Sam Dolnick. La storia è quella di un individuo non ancora inacidito col mondo, come invece Walt Kowalski o Gus Lobel, ma al pari del secondo sufficientemente arzillo per mettersi di nuovo in gioco. Sin dalle immagini d’apertura è presentato come un vecchietto tutt’altro che accigliato: ama i fiori, che coltiva con premura racchiudendovi la propria filosofia, si presenta a una convention di beneficenza e ritira il premio con l’aria filantropa e sorridente di quel James Stewart a cui più volte è paragonato, offre da bere agli avventori del bar. Tutti aspetti che la famiglia non tollera in quanto propri d’un carattere pericolosamente disinteressato, pronto a mandar a monte la partecipazione alle nozze della figlia (la vera Alison Eastwood), che decide di non parlargli più. E l’ex moglie malata, che pur lo ama ancora, non ne comprende l’ossessione per l’effimera bellezza di quei fiori che vivono poche ore e per i quali sacrifica tutto. In quei segmenti – reiterando la vérité del precedente Ore 15:17 – Attacco al treno ma restando nella finzione – il cineasta sceglie di metter a nudo il lato più nascosto del proprio personaggio, prima di accentuarne contorni e sfumature lungo la tabella di marcia del nuovo incarico, per lui ignoto, di spacciatore. Il senso di un’avventura vecchio stampo per le strade della Georgia e del Nuovo Messico, dove la vicenda è ambientata, non avrebbe il medesimo effetto senza i lineamenti scavati e rugosi del protagonista, che canticchia Dean Martin al volante di un pick-up (Ford, naturalmente) ignaro di effettuare missioni rischiose o, nella seconda parte, essere pedinato dai G-Men. E, impipandosene delle raccomandazioni che i trafficanti gli intimano ogni volta, il vecchio imbocca vie alterne e non quelle previste, tarda la destinazione per consumare il miglior arrosto di maiale (e un fast food reca l’insegna Gunny), aiuta una coppia di colore rimasta in panne. Salva persino i due trafficanti incaricati di sorvegliarlo da uno sceriffo che li riconosce, “corrompendolo” con due fusti di popcorn al caramello. L’aspetto più insolito di The Mule risiede in una morbidezza di tratto che il buon Clint, dall’alto dei suoi 89, ha imparato a far proprio con l’acume e la saggezza di chi non ha niente da perdere, permettendosi di chiamare “negri” o “mangiafagioli” le etnie senza recare offese intenzionali; tanto più disarmante è la sua sincerità, quanto più chi agevola n’è impressionato, e addirittura l’imbolsito boss Andy Garcia, amante del tiro al piattello e prossimo a un’imboscata, accetta il suo modo di fare. Una figura disincantata, quella di Earl Stone, che può concedere a due escort di spogliarlo a un party sontuoso o rilasciarsi a qualche goffo passo di danza con l’analoga nonchalance di quando, a festa finita, consiglia a un narcotrafficante di togliersi da un mondo non adatto a lui. Ne scaturisce il quadro di un benefattore disposto a salvare chi si trova in difficoltà e a riscattare la propria attività in serra, fallita a causa degli acquisti su Internet, col denaro sospetto con cui al contempo prezzola le squillo in un motel, ricompra il pick-up e paga il banchetto nuziale della nipote, tentando così di riparare all’assenza permanente verso la famiglia. “Non c’era bisogno che t’arricchissi per essere riammesso”, gli sussurra al capezzale la coniuge morente, cui la rivelazione dell’uomo sulla nuova attività, da iniziale sgomento, sfuma in celia. È in questo divario sulla concezione di scelta individuale, che annovera pure il dissonante significato di “famiglia”, che risiede il tono elegiaco del film: la scelta di un’esistenza solitaria, votata all’egoismo, che contrappone chi si sente qualcuno in camera da letto a chi, in un milieu malavitoso, trova un nucleo domestico ed è incapace di (dichiarare) gesti d’amicizia. Ma non si può ignorare la realtà con l’identica calma con cui ribattere alle minacce armate: se si sceglie una parte, occorre andare sino in fondo, anche a costi estremi. Proprio tale indifferenza incuriosisce e affascina l’agente Bates (l’american sniper Bradley Cooper), il cui dimenticare l’anniversario di matrimonio, causa il lavoro, lo apparenta a Earl e si rivela durante un incontro casuale in un café, senza che il federale realizzi che il vecchio è il ricercato. Acciuffato Stone, la missione non ha nulla di eroico: se Walt sacrificava la vita in difesa dei “musi gialli” che prima esecrava, il caparbio mulo sceglie di pagare con un’incriminazione priva di mitologici orpelli e, dietro le sbarre, coltivare gli amati gigli, associati, secondo il linguaggio dei fiori, a sentimenti o caratteristiche positive. Opera-testamento – e chissà se ultima fatica – The Mule non è il capolavoro che ci si aspetterebbe dall’Eastwood regista, tanto meno vuol esserlo: il segreto della sua riuscita sta nella semplicità, traguardo raggiunto con costanza. Come se l’autore, vicino al crepuscolo, riflettesse su sé stesso e sulla propria produzione con la lucidità dei decani, rivelando una capacità attoriale di volta in volta affinata dal tempo, che adombra gli altri illustri nomi del cast. Per più d’un verso simile all’altrettanto recente Old Man & the Gun, di cui serba l’identico disincantato piglio rétro sull’America e la sua mitologia, il corriere di Eastwood non rincorre l’indomabilità e si arena a un ineludibile prezzo. Non è più un paese né un cinema per vecchi? Non è mai troppo tardi, insegna Clint: qualcuno da (continuare) ad amare.

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