Archivio film Cinema News — 28 Febbraio 2020

“Il potere della burocrazia continua a crescere mentre il pianeta si restringe e i problemi della società diventano più complessi. Ho paura che l’indipendenza individuale stia diventando un sogno obsoleto.” 

CLINT EASTWOOD 

Consapevole dei pochi calendari ancora a disposizione, il novantenne Clint Eastwood innesta, nei suoi ultimi lavori da regista, un quid che sfugge ai più, ma a ben guardare lucidamente inerente col proprio percorso esistenziale, in cui una sospirata saggezza concilia con un cerchio della vita prossimo all’epilogo – e pazienza se negli States, e non molto più diversamente da noi, l’esito al botteghino è inferiore alle aspettative. Come ne Il corriere – The Mule, uscito subito prima, anche in questo trentanovesimo lungometraggio, Richard Jewell, si coglie una sensazione di graduale risveglio che collima con una progressiva e faticosa maturità, conseguita non senza incagli. Spunto che, immediato, rinvia alla filmografia New Hollywood, dalla quale lo stesso cineasta di San Francisco in certo qual modo discende; eppure, se gli archetipi all’origine sono – e rimangono – quelli del cinema classico americano, basta leggere tra le righe della sceneggiatura (ad esempio quando Billy Ray riadatta un articolo di Marie Brenner) per scorgervi un’educazione sentimentale che, da improvvisata, si delinea strada facendo. Perché anche un’ignominiosa pagina di diffamazione cronachistica torna succulenta occasione per una potenziale ricostituzione familiare, dove un demiurgico angelo attempato appare non (sol)tanto quale ancora di salvezza quanto idealista personificazione di cui l’America, specie quella trumpiana, si fa portavoce. A parole.

Sicché la ballata-pamphlet suona tragicomico sberleffo all’odierno andazzo demagogico, tutto chiacchiere e distintivo, che, esaltando un sistema garantista pronto a pavoneggiarsi dietro occasionali eroi, etichetta come individuo sospetto chi non sia degno d’indossare (secondo un ben definito punto di vista) l’uniforme di tutore della legge. Peggio ancora se l’eroe, trasformato in terrorista, è un freak: ovvero, riutilizzando il famigerato pregiudizio, un perdente. Non a caso l’effigie di Trump fa capolino dall’identico schermo tv origine del misfatto, antiteticamente speculare a quella del vero Jewell intervistato dopo aver impedito l’attentato. L’indice di Eastwood, dunque, è puntato contro l’inattendibilità dei media, palmare metafora bigger than life del giustizialismo e delle proprie trame oscure. Nient’altro. Lasciamo perdere le ambigue spigolosità, ricercate o meno a bella posta, che la confezione potrebbe manifestare al solito, a rischio di essere interpretata quale ennesimo insidioso manifesto ideologico – come peraltro suggerirebbe lo schizzo della working girl su cui si concentrano tutti i difetti (sessisti), e di fatto dipinta come la solita cronista d’assalto, priva di etica e scrupoli. Non mancano, beninteso, passaggi magistrali, incluse le scene che preludono al ritrovamento della bomba, in un dosaggio semplicemente ineccepibile di ritmo, dilatazione dei tempi, inquadrature, montaggio, commento sonoro. In un apologo incentrato su un caso d’ingiustizia mediatica, l’autore – non nuovo all’impiego di figure reali che intercedono sugli interpreti conferendo un autentico parallelo vérité-leggenda – mira a far chiarezza nel disegno d’una creatura solitaria, dai contorni simil-hitchcockiani e, benché non del tutto innocente, in grado di sbugiardare il Paese in cui fieramente afferma di credere, senza lasciarsi abbindolare da colpe che la stessa nazione è incapace di confessare, e i cui valori non sono ormai che paraventi.

La citata ricerca d’una salvifica paternità fa il paio con uno sdoppiamento di caratteri: l’antesignano dell’antieroe nichilista, incarnazione del prototipo eastwoodiano, offre due pesi e due misure. Da un lato, l’icona del giustiziere armato si risolve in uno scalognato clone, animato da pari volontà di sicurezza e scambiato per invasato guerrafondaio quando l’FBI, dopo perquisizione, trova un fornito arsenale nella sua stanza; dall’altro un legale finto-cinico, all’inizio elegante avvocato d’un grosso studio e poi sciatto difensore scartoffiaio, ricalcato su personaggi che solo una ventina d’anni prima – da Red Garnett a Frankie Dunn, passando per Luther Whitney e Steve Everett – Clint medesimo avrebbe incarnato, coi guizzi e paradigmi a lui congeniali. Padre e figlio putativi s’incontrano nell’incipit, quando Richard è fattorino addetto all’ufficio in cui Watson Bryant lavora: il primo sorprende il secondo con una brillante deduzione (il cestino in cui dice di scrutare gli permette d’intuire che Watson è ghiotto di barrette Snickers, e il giovane gliene procura una generosa scorta nel cassetto), affibbiandogli l’ironico appellativo di “Radar” come l’occhialuto caporale di M.A.S.H. Ma pure un analogo disordine tipologico sembrerebbe appaiarli: Dick è obeso, trasandato, incurante della linea e completamente privo di quell’aspetto che il tradizionale paladino della legge dovrebbe detenere, così pure il suo alter ego è un patrocinante quasi svogliato, dall’aria sciatta, la cui apparente disillusione per l’attività (e in generale un po’ tutto il sistema) è bilanciato da tagliente ironia e combattiva tenacia. “Siamo la coppia più comica del mondo”, chioserebbe Nick Pulovski, laddove Eastwood, intenzionato a salvaguardare alcuni aspetti privati delle vite dei personaggi dallo sguardo del pubblico, sosterrebbe che “è molto più interessante per gli spettatori scriverli e disegnarli insieme a te”. Se il piccolo schermo disponesse di quel briciolo di discrezione che serbano gli asciutti narratori del cinema, senza sfoggio di inutili orpelli, l’ambiziosa Kathy Scruggs non ricorrerebbe agli usuali, arcinoti stratagemmi da arrivista e non trasformerebbe una vaga soffiata dei federali in uno scoop sensazionalistico, credendo di sbattere legittimamente il mostro in prima pagina. Basterebbero i primi minuti di film, lungi dal prender posizione e basandosi sulla mera descrizione, a suggerire come il trionfo d’una sofferta verità sia possibile grazie a un disordinato alveo, specchio d’una condizione prevaricatrice quanto alienante.

Di un ordine costituito fallace (e malevolo), incapace di stanare i colpevoli, che per sedare il climax di collettiva paranoia fa di manovrabili pedine i capri espiatori, il cineasta aveva parlato una dozzina d’anni fa in Changeling, ma anche J. Edgar è lì a ribadirlo: “il potere può trasformare una persona in un mostro”, sono le parole con cui Watson – eroe in celluloide nell’aiutare Richard, a sua volta eroe mediale per un’esigua manciata di minuti – congeda l’amico prima di assumerne le difese, riverbero del monito campeggiante sul poster del suo ufficio (“Si ha paura del governo più di quanto se ne abbia del terrorismo”). E più in là, la segretaria russa e futura moglie di Watson ribatte con un aforisma che non dissocia granché ambedue i sistemi, ponendoli anzi su univoco asse (“In Russia when the government says someone’s guilty, it’s how you know he’s innocent. Is it different here?”). Sicché un videogame di genere bellico può apparire nulla più d’un innocente gioco atto a incrementare un’amicizia, non fosse che le immagini seguenti mostrano il protagonista nell’atto di esercitarsi a un poligono di tiro e poco dopo, in un campus universitario, ammonire un gruppo di giovanotti ubriachi sulle norme di sicurezza, tenendo testa a chi lo sfotte. Richard, meschino, non sa che il troppo zelo, cioè l’eccessiva fede nell’autorità, è una contraddizione in termini che non ammanta di alloro, ma è osservata con sospetto; né si rende conto che l’erudita preparazione su strategie terroristiche e tattiche di attacco non ne fanno un esperto, ma un facile bersaglio. La qual cosa torna utile all’FBI, che anche a causa d’una fedina penale non troppo limpida (non paga le tasse da un paio d’anni, e per di più ha subito un arresto per essersi spacciato da poliziotto), e di ripetute lamentele sul lavoro procurate da abuso d’autorità a fin di bene, fa leva sulla sua dabbenaggine: dapprima lo convince a rilasciare una confessione filmata, spacciata per una registrazione a scopi documentaristici, e poi una serie di prove telefoniche nel tentativo di ottenere la minacciosa voce dell’attentatore.

Ma, si diceva, la manipolazione non ha a che fare con l’autenticità, e lo stesso giovanotto che allo stadio scambia uno zaino di bibite per uno dal contenuto sospetto, dietro l’apparente scorza candida, non è così babbeo da firmare davvero un documento ufficiale. Lampi di acume si fan luce anche in sprovvedute tipologie, benché lo sguardo dell’autore, senza eludere il fattore umano, non desideri prendere totalmente le difese d’un essere patetico. Che invero, a propria volta, persiste nel difendere chi lo riverisce e contemporaneamente lo umilia, lo adula mirando a incastrarlo, lo incalza per il bene del Paese solo per gettarlo in pasto agli sciacalli del Potere. Come se non bastasse, tenta di convincere un amico di Jewell a dare una falsa testimonianza facendosi passare per il suo complice gay, senza porsi molti scrupoli nel requisire oggetti personali suoi e di mamma Bobi, la sola insieme a Watson a credere nell’innocenza e nelle qualità del figlio. Anche se questi ha il torto di andare a caccia di cervi, di conservare una spoletta Mk2 a mo’ di fermacarte o la scheggia d’una panchina del parco, luogo dell’esplosione, quale souvenir: elementi che non depongono a favore d’una coscienza cristallina, all’occorrenza non priva di atteggiamenti sensibili (elargisce acqua a donne incinte e anziani o bibite ai “colleghi” poliziotti, e ancora strilla di non guardare programmi tv che destino sospetti, prima di consolare la madre in lacrime un istante dopo), il cui fanatismo ha minor peso d’un sistema contraddittorio e mendace. Ne scaturisce un quadro dolente giocato sulla sottrazione, dove l’assunto viaggia al livello d’intensità dell’inchiesta, e nel triste annuncio ai microfoni di Bobi al presidente Clinton, nel toccante tentativo di riabilitare il nome brutalmente calpestato del figlio, trova un sobrio risultato che equipara i personaggi principali all’identico livello degli antagonisti. Il governo federale incastra Dick, ma non è meno vittima del pervasivo e cinico circo mediatico che fa strame di entrambi, e nell’epilogo – chissà – forse ci metterà una pezza.

Chiudendo il cerchio, dunque, Richard Jewell è anche la parabola di un’ideale relazione paterno-filiale (come quella, per esempio, tra Frankie e Maggie o, più indietro, fra Thunderbolt e Lightfoot in Una calibro 20 per lo specialista di Cimino). Perché il protagonista riesce a mostrarsi finalmente uomo, nonostante gli incorreggibili limiti, solo grazie all’incontro con Bryant che, a suon di ironiche critiche, battute e stoccate (“Hai il centone che mi devi?”, domanda memore d’una precedente promessa), gli spalanca gli occhi, lo “ridesta” a costo di ferirlo. L’impossibile (la ribellione di Jewell, sin lì repressa e compresa dalla remissione), dopo un tête-à-tête con Watson, si concretizza davanti alla commissione federale in cui un laconico Richard si prende la rivincita verso gli scettici aguzzini. L’incubo che attanaglia il giovane, eco del delirio di Sully, si conclude. E anche se non riesce a diventare un eroe, la divisa da piedipiatti di cui sospirato si riappropria (il sogno era lavorare nelle forze armate), è la lauta ricompensa, ma non il totale risarcimento, d’uno sfortunato servizio. A Bryant, inoltre, il compito di rivelare al “figlioccio” il colpevole dell’attentato, tal Eric Rudolph, nell’ultima scena quando paternamente lo saluta alla centrale, rimirandolo estasiato. E a mamma Bobi non resta che sopperire alla mancanza del suo bambino, stroncato da un infarto a soli quarantaquattro anni, facendo da babysitter ai pargoli di Watson. Dove il fatuo idealismo a stelle e strisce sostiene di potere senza riuscire, sta all’individuo solitario adempiere al recupero di perduti valori, e non è detto che non vi riesca. Al di là di qualsivoglia operazione mitopoietica, amicizia e amore faranno il resto. Contro un procedimento contorto che fagocita e spazza (per la cronaca, oltre a Dick, anche Kathy è mancata a quarantadue anni per un’overdose di antidolorifici).

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