Archivio film Cinema News — 29 Ottobre 2017

Titolo originale: The Meyerowitz Stories
Regia: Noah Baumbach
Attori:  Adam Sandler, Emma Thompson, Ben Stiller, Dustin Hoffman, Elizabeth Marvel, Grace Van Patten
Sceneggiatura: Noah Baumbach
Fotografia: Robbie Ryan
Montaggio: Jannifer Lame
Musiche: Randy Newman
Produzione: Gilded Halfwing
Distribuzione: Netflix
Paese: U.S.A.
Anno: 2017
Durata: 110 minuti

The Meyerowitz Stories, ovvero la storia della incapacità di avere un dialogo familiare. Un film che richiama alla mente la nevrosi del migliore Woody Allen ma senza il pungente cinismo di quello.

I Meyerowitz sono una famiglia di ebrei americani in cui il padre, Harold, interpretato da un Dustin Hoffman decisamente sopra le righe (in tutti i sensi), è stato un tempo scultore di successo -intenso ma non duraturo- e vive il quotidiano rinchiuso nel bozzolo del proprio egocentrismo e di un fallimento mai accettato.

I tre figli, Danny, Matthew e Jean sono nati da matrimoni differenti e risentono del non-rapporto con il padre; una mancanza che probabilmente nasce dal bisogno di Harold di sminuire i propri eredi a causa della insoddisfazione derivante dalla frustrazione di non essere stato apprezzato a dovere. Danny intraprende una carriera da musicista che, però, abbandona per reazione al padre, divenendo così un adulto nullafacente, pieno di insicurezze e rimpianti. Matthew, al contrario, è un uomo d’affari ricco e affermato che replica con il proprio figlio un rapporto a distanza e superficiale e, in cuor suo, nutre il dolore di non avere assecondato l’istinto artistico di cui pure era dotato, proprio per fare un dispetto all’invadente genitore. Jean, la sorella, è “l’inesistente”. La figlia che non viene degnata della minima attenzione e che colleziona fallimenti ma che non ha mai un vero e proprio spazio sulla scena della vita familiare così come su quella del racconto cinematografico.

La quarta moglie di Harold, Maureen, è una hippy strampalata con il vizio del bere che partecipa della vita familiare a momenti alterni, così come alterni sono i momenti di lucidità e quelli in preda ai fumi dell’alcool.

Infine c’è Eliza, la figlia di Danny, che decide di intraprendere la carriera da regista/attrice e lo fa confezionando filmati pornografici in cui recita la parte della protagonista e che mostra senza alcun pudore al padre e ai propri familiari.

A ognuno di essi è dedicato un episodio che focalizza l’attenzione dello spettatore di volta in volta sul personaggio in primo piano. Ognuno di essi è raccontato con dovizia di particolari e con intensità tanto che, di volta in volta, si è portati a immedesimarsi in ciascuno quasi come in un gioco di ruolo continuo.

La figura di Harold domina prepotente –come il suo personaggio- per tutto il film fino a toccare l’apice con un malore improvviso che, portandolo in fin di vita, lo mette ancora in primo piano. E’, però, questa l’occasione che riunisce di nuovo l’intera famiglia e che porta ognuno a fare pace con l’altro, che poi altro non è che pacificarsi con il proprio passato per iniziare a costruire un presente migliore.

Il cast è ricco di attori di gran calibro e interpreti eccellenti. Nel film, anche un cameo che è una chicca: Sigourney Weaver che interpreta se stessa.

Dustin Hoffman ed Emma Thompson, indiscutibili talenti della cinematografia mondiale, rendono ora odiosi ora patetici ora teneri i propri personaggi con una maestria davvero notevole. Non da meno, però, le interpretazioni di Ben Stiller, figlio “prediletto” ma non per questo meno problematico, e di Adam Sandler che rende perfettamente la metafora della gamba claudicante -che finalmente operata tornerà a muoversi disinvoltamente- con la vita del personaggio che interpreta.

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