Cinema News — 07 Settembre 2014

Titolo: Still the Water
Regia: Naomi Kawase
Sceneggiatura: Naomi Kawase
Fotografia: Yutaka Yamazaki
Montaggio: Tina Baz
Musiche: Shigetake Ao, Olivier Goinard
Scenografia: Kenji Inoue
Interpreti: Jun Yoshinaga, Nijiro Murakami, Tetta Sugimoto, Miyuki Matsuda
Produzione: Comme Des Cinemas
Nazionalità: Giappone, Francia
Anno: 2014
Durata: 118 minuti

 

Presentato quest’anno alla 67ª edizione del Festival di Cannes – dove ha ricevuto una nomination per la Palma D’Oro – Still the Water è un racconto intimo e delicato, venato di malinconica poesia.

I protagonisti sono due adolescenti alle prese con il sentimento nuovo e sconosciuto che li attira l’uno verso l’altra; si trovano però, nel frattempo, ad affrontare situazioni familiari dolorose e drammatiche. Il giovane Kaito non riesce a riconciliarsi con la madre dopo la separazione dei genitori, che fatica ad accettare, mentre la graziosa Kyoko assiste impotente alla terribile malattia della madre. La donna, che è una sciamana, ha un atteggiamento quasi distaccato e filosofico di fronte alla morte imminente, ma la ragazza appare – comprensibilmente – spaesata e atterrita da ciò che avverte come ineluttabile e al contempo incomprensibile e inaccettabile.

A fare da sfondo a quest’intreccio di sentimenti, paure e desideri troviamo un paesaggio placido e fascinoso, un’isola giapponese dove il tempo scorre con un ritmo opposto e diverso rispetto a quello del mondo frenetico e metropolitano di Tokyo. Il leit-motiv dell’acqua – o più precisamente del mare – domina tutto il film, e l’abisso azzurro dell’oceano dove Kyoko ama nuotare sembra farsi metafora della sua urgenza conoscitiva/emotiva, della sua volontà di esplorare la vita che ancora non conosce.
Lo sguardo della regista Naomi Kawase è catturato e affascinato da una Natura maestosa (la vastità del mare, le intricate foreste di mangrovie, la luce dorata del sole che filtra nell’acqua e tra i rami degli alberi) che fa da controcanto all’interiorità spesso afflitta e tormentata dei personaggi, mostrando loro – per così dire – la strada dell’armonia e dell’umiltà. In questo senso, vita e morte diventano un binomio necessario e imprescindibile in quanto parte dell’ordine naturale delle cose (come forse suggerisce la cruda, esplicita scena d’apertura che descrive l’uccisione di una capretta). Sta all’uomo, infine, attraversare e superare il dolore per accettare e comprendere la necessità della morte, e in senso lato la finitezza delle cose (terrene e materiali).

Capace di grande tatto e sensibilità nelle scene che descrivono con estrema naturalezza l’intimità familiare, Kawase conferisce ad alcuni riusciti passaggi un tono non solo poetico ma anche onirico e quasi visionario, come mostrano soprattutto le sequenze “subacquee” delle immersioni nell’oceano, dove Kyoko fluttua nell’azzurro profondo e luminoso con indosso, a volte, la sua divisa da studentessa.
La bellezza dei paesaggi e l’espressività e la dolcezza dei volti sono splendidamente fotografate da Yutaka Yamazaki (direttore della fotografia, peraltro, anche di molte opere del regista Koreeda Hirokazu, con il quale Kawase ha collaborato nel documentario This World), fotografia capace di rendere le immagini splendidamente trasparenti, esatte, cristalline.
Still the Water appare, in un certo senso, come un sommesso componimento poetico, sorprendentemente lieve, quasi sussurrato, fatto di acqua, luce e silenzi; eppure, il discorso che prende forma attraverso il suo linguaggio minimale e raffinato, delicato e quasi impalpabile, si rivela infine perentorio, nitido e incisivo come una frase scolpita sulla pietra.

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