Archivio film Cinema Eventi News — 07 Aprile 2016

Titolo: Stop
Regia:Kim Ki-Duk
Sceneggiatura: Kim Ki-Duk
Cast: Allen Ai, Natsuko Hori (Miki), Tsubasa Nakae (Sabu), Mitsuhiro Takeda, Daigo Tashiro
Fotografia: Kim Ki-Duk
Produzione: Kim Ki-Duk
Nazionalità: Corea del Sud/Giappone
Anno: 2015
Durata: 85 minuti

Un film low budget, con tecniche sperimentali e girato in proprio nell’arco di dieci giorni (“È stata davvero dura girare Stop da solo”, ha dichiarato il regista a Busan, nell’ottobre scorso). Stop, l’ultima fatica del regista coreano Kim Ki-Duk, è per certi versi un film sorprendente, che può non piacere, ma lascia il segno.
Grazie al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina (Fcaaal), giunto alla sua 26esima edizione, Stop è stato presentato in anteprima nazionale italiana (replica, sempre a Milano, alle 17.30 di sabato 9 aprile, presso l’Auditorium San Fedele).
A detta dello stesso regista e sceneggiatore qui factotum, rappresenta il suo contributo alla causa ecologista, un tentativo di riaccendere i riflettori sulla tragedia di Fukushima del 2011, quando lo tsunami successivo al terremoto ha danneggiato la vicina centrale nucleare, provocando una contaminazione nell’area circostante.
Stop si apre con una giovane coppia, Miki e Sabu, che si trovano a casa loro nel momento del terremoto, a soli cinque chilometri dalla centrale. In lontananza vedono levarsi una nuvola di fumo bianco e nel giro di qualche ora sono costretti a fare le valigie per recarsi a Tokyo.
Nella prima parte del film, che ha un taglio quasi documentaristico, si assiste al dramma esistenziale dei due sopravvissuti al disastro. La prima a rendersi conto della gravità dei fatti è Miki. Non è un caso: la ragazza è incinta ed è terrorizzata dall’idea di partorire un figlio deforme. Diverso l’atteggiamento di Sabu, più ottimista (“Siamo in Giappone, non a Chernobyl”, le dice per rassicurarla). Ma Miki, pressata da un misterioso personaggio governativo, è intenzionata ad abortire. Sabu non glielo permette, e si reca più volte a Fukushima – superando i controlli previsti per l’area contaminata – per convincere la moglie che è tutto sotto controllo. Finché un giorno si imbatte in una donna incinta, la aiuta a partorire e capisce l’atroce verità, tenuta nascosta alla popolazione.
Da quel momento, le parti si invertono e nella seconda parte di Stop Sabu si tramuta in un guerrigliero ecologista, nemico dello spreco energetico che ha condannato il Giappone a rispondere alla sua vorace fame di elettricità attraverso il nucleare. L’incarnazione mostruosa di questo scempio è la città di Tokyo, che Kim Ki-Duk ci mostra dall’alto della Tokyo Tower: una distesa luminosa immensa – illuminata in alcuni quartieri quasi a giorno – un atto di presuntuosa sfida umana alle tenebre e alla natura.
Il film di Kim Ki-Duk è girato interamente in Giappone. È bizzarro che sia un regista coreano a raccontare una storia legata al disastro di Fukushima, che ha avuto tributi nipponici interessanti in campo letterario, ma è stato meno narrato al cinema.
Nella seconda parte, Stop abbraccia toni e modalità surreali e a tratti meno riusciti e credibili, ma ha il merito di aver richiamato l’attenzione su un tema sul quale in Giappone si glissa volentieri. Come era stato per gli hibakusha – i sopravvissuti ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki – gente contaminata con cui nessuno voleva avere a che fare, anche i residenti dell’area più vicina alla centrale che si sono salvati rischiano di essere ostracizzati. È dunque bene ricordare che dietro alle case sbriciolate dallo tsunami o abbandonate per la radioattività, ci sono vite spezzate, persone dai volti come quelli di Miki e Sabu, che sognano una vita normale, con un figlio sano. A cinque anni dal disastro, in Giappone si sta ipotizzando la riapertura di alcune centrali, per supplire all’ingordigia di corrente elettrica del Paese. Nel film di Kim Ki-Duk, sette anni dopo, riparte a funzionare persino la centrale di Fukushima. Chissà se il regista coreano sarà profetico.

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