Archivio film Cinema News — 18 agosto 2016

Titolo originale: Suicide Squad
Regia: David Ayer
Sceneggiatura: David Ayer dal fumetto DC Comics
Fotografia: Roman Vasyanov
Montaggio: John Gilroy
Musiche: Steven Price
Scenografie: Oliver Scholl
Interpreti: Will Smith, Margot Robbie, Jared Leto, Joel Kinnaman, Viola Davis. Cara Delenvigne, Jay Hernandez
Produzione: Atlas Entertainment, DC Entertainment
Anno: 2016
Origine: Stati Uniti
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Durata: 130 minuti

 

Un gruppo di metaumani, responsabili di crimini efferati, ma dotati di capacità incredibili, vengono scarcerati dalla dispotica Amanda Waller, per affrontare due terribili minacce: il Joker in piena attività e una sinistra fattucchiera.

Ci sono film che hanno bisogno delle istruzioni per l’uso. Chi scrive in questo caso non legge fumetti sui supereroi da qualche decennio e perciò il suo impatto emozionale verso un fenomeno come Suicide Squad è legato alla visione del primo blockbuster di David Ayer. E’ risaputo che appassionati e cosplayer sono stressanti quanto una suocera, in quanto oltre a coltivare l’ossessione maniacale per il dettaglio, sono ancorati all’approccio filologico verso la materia fino al fondamentalismo. Sicchè per molti cinefili Suicide Squad è risultato essere un fallimento. Meglio forse essere allora come J.J. Abrams, quando ha filmato i primi reboot di Star Trek, il che equivale alla purezza e scarsa conoscenza di una determinata mitologia. In compenso però chi scrive ha visto i film precedenti del regista in questione e sa che nei generi Ayer è un teorico della visione. Tanto che in questa rivisitazione fumettistica della sporca dozzina, lo sceneggiatore/regista utilizza qualsiasi dispositivo per rendere molteplice la visione: pareti di monitor, touch screen sugli smartphone, soggettive imperniate sulle mappature termiche del corpo, infrarossi e l’occhio cibernetico, indossato da Deadshot per perfezionare la sua mira. Non stiamo certo parlando di Brian De Palma sia ben chiaro, ma Ayer ha dimostrato di essere sensibile ad una teorizzazione dello sguardo fin dai tempi di End of Watch, con quella videocamera digitale, che immortalava le gesta di due agenti. Per non parlare di Sabotage, dove il protagonista Schwarzenegger rivedeva fino alla paranoia una sorta di snuff movie, inviatogli dai narcotrafficanti, mentre gli massacravano la moglie e il figlio. Chiaramente fra Sabotage e Suicide Squad il confine è labile: abbiamo in questi film due mucchi selvaggi votati al sacrificio, con tanto di bevuta da amicizia virile in un saloon. E poi c’è la metropoli: notturna, astratta, banalmente carpenteriana (ma quanti film di genere oggi pagano pegno al regista di Halloween) e decadente. Carpenteriano è inoltre il tentativo di politicizzare la visione del mondo proposta dall’action, denunciando il marciume di quel sistema che ha reclutato la squadra suicida, quando Amanda ordina a Deadshot di eliminare Harley Quinn in fuga con il Joker. Ogni tanto Ayer moraleggia un po’, introducendo qualche squarcio lirico: il ritrovo al bancone del bar dove i bad guys riflettono sulla loro mostruosità interiore ed esteriore e il melodramma imperniato sulla relazione amorosa fra il soldato Flag e l’archeologa June, posseduta dalla strega che minaccia il mondo. Privo di mordente invece l’erotismo dall’estetica punk, che si sprigiona fra Harley Quinn (Margot Robbie davvero in parte e conciata come la prima Cyndi Lauper) e il Joker a cui Jared Leto offre un’interpretazione incolore, con un’iconografia sospesa fra Genesis P-Orridge ed Ivan Cattaneo. Una chimica sterile questa fra i due attori, che sicuramente gioca a sfavore del film. Interessante invece la manipolazione sul flashback, che Ayer organizza nella scena dello scontro finale fra la strega e i pendagli da forca, quando il male crea confusione nelle menti degli avversari. Al regista dunque non interessa mettere in scena un b-movie da milioni di dollari, poiché non spinge i personaggi all’estremo e al pulp (v. il rapporto fra Deadshot e la figlia oppure l’ironia del cannibale Killer Croc), integrando non solo il classicismo e il fumetto ma descrivendo con poche, secche sequenze lo stato di degradazione di questi anti-eroi. Prerogativa, questa, di quelli che concepiscono la sceneggiatura come genere morale.

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