Archivio film Cinema News — 09 Febbraio 2019

Titolo originale: Suspiria
Regia: Luca Guadagnino
Soggetto: Dario Argento, Daria Nicolodi
Sceneggiatura: David Kajganich
Produttore esecutivo: James Vanderbilt
Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
Montaggio: Walter Fasano
Musica: Thom Yorke
Durata: 152 minuti
Cast: Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Goth, Chloë Grace Moretz, Angela Winkler, Renée Soutendijk, Jessica Harper, Ingrid Caven, Sylvie Testud
Casa di produzione: Amazon Studios
Anno: 2018
Distribuzione: Videa

“Suspiria” firmato da Luca Guadagnino è un remake, che sembra costruito apposta per compiacere Edgar Morin. Per come rappresenta oggi il rapporto fra l’artista e la civiltà del denaro e per come viene filmata l’industrializzazione dell’opera d’arte, trasformata in merce. Nel saggio “Sull’estetica” Morin ha dedicato un intero capitolo sia a questo aspetto sia alla dialettica “vecchio e nuovo”, ossia il rigetto degli antichi canoni e la creazione di modelli alternativi, due elementi contestualizzati dalla sceneggiatura di David Kajganich. Facile capire perchè dopo il saccheggio di James Ivory per Chiamami con il tuo nome, la nuova vittima del regista siciliano sia Dario Argento e una delle sue opere più celebrate. L’originale era certamente il film più interdisciplinare del maestro fra horror, avanguardia,danza e femminismo. Così per ravvivare l’interesse verso il nuovo gineceo nella scuola danzereccia delle streghe, Guadagnino prima punta sul sicuro, reclutando icone come Renée Soutendijk e Angela Winkler, per far sbavare i cultori del cinema europeo, poi azzerando la visionarietà e i colori saturi del capostipite, opta machiavellicamente per una fotografia dai colori tenui, una location berlinese, faro culturale in eterno per l’immaginario collettivo, dove si sono stabiliti idilli fra artisti (v.i “German Days” di David Bowie, Lou Reed e Iggy Pop), introiettando dulcis in fundo la banda Baader Meinhoff, tanto per ammantare l’operazione di un
côté politico.

Infine divide la narrazione filmica in capitoli (in greco diabàllein significa giustamente dividere ed è alla radice di diàbolos), assoldando in quel di Torino Thom Yorke, che supera a pieni voti la prova di competere con i Goblin nel riprodurre in musica i toni allucinatori e onirici della storia con sperimentazioni fra sonorità cosmiche e avanguardia minimalista alla Terry Riley di “Descending Moonshine Dervishes” . Ma allora perchè questa revisione del classico argentiano è imperfetta?

Non sappiamo se l’erudito regista abbia letto scrittori italici del fantastico novecentesco come Savinio, Landolfi e Buzzati ma qui il regista allestisce un sontuoso vernissage, una videoinstallazione di arte moderna, lunga 152 minuti, più che un vero horror. Aldilà delle perplessità di chi scrive, al festival veneziano ha sedotto molti, mentre invece dalla GAM, dal Castello di Rivoli e dall’ élite del film The Square di Ruben Östlund roba così sarebbe stata considerata addirittura oro. Il nuovo Suspiria è esempio di tecnica del décollage alla Mimmo Rotella, applicata all’audiovisivo .Ed è curioso che proprio nel 2018 cada il centenario della nascita dell’artista originario di Catanzaro, esponente di spicco del Nouveau Rèalisme. Lo spettatore, come quando assiste ad’un’ opera di Rotella,quando visiona Suspiria 2018 si trova di fronte a un manifesto, a lamiere ricolme di foto e messaggi su cui l’artista poi avrebbe lavorato. Il filo conduttore fra il remake di Guadagnino e l’opus rotelliano è rappresentato dall’elemento dominante e identitario del linguaggio dell’artista calabrese: il manifesto strappato, lacerato, staccato dai muri o recuperato nelle lamiere e affisso sulle lamiere, dove il manifesto diventa veicolo per comunicare il mondo della pubblicità o quello del sogno, attraverso i personaggi del cinema.E come Rotella, lo stesso Guadagnino e il suo direttore della fotografia Sayombhu Mukdeeprom, già sodale di Apichatpong Weerasethakul, hanno tentato di conferire al racconto filmico un’esistenza dedicata alla trasformazione del senso delle immagini, operando su una materia preesistente un collage di immagini prelevate altrove come quella dell’agonia di Olga, associata alla coreografia di Susie, nella sala prove con la metafora risaputa degli specchi, costruita in montaggio parallelo in maniera depalmiana. L’ apertura degli squarci metafisici fra piani sequenza e panoramiche circolari assai stilose, è legata anche alla molteplicità attoriale di Tilda Swinton, ormai musa del regista, che però nonostante i tre ruoli qua impersonati, è ben lontana dall’eguagliare i tredici personaggi legati a movimenti culturali differenti, a cui ha dato vita per esempio Cate Blanchett in Manifesto di Julian Rosefeldt. Se come diceva Baudelaire ” la migliore astuzia del diavolo sta nel convincerci che non esiste”, questa ambiziosa rilettura del classico argentiano è un ipertesto mancato, una sinestesia poco incisiva, che forse ha convinto molti cinefili, che non è mai esistita una versione scritta e diretta da Dario Argento.

Voto: 7 1/2
https://www.youtube.com/watch?v=BY6QKRl56Ok

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *